LUCA GINI.
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Valdarno post nucleare.
Romanzo distopico ambientato in Toscana.
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2019. Bibliotheka, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Un romanzo picaresco, avventuroso, stralunato e surreale, ambientato in una Toscana irriconoscibile e grottesca.
Valdarno, Toscana, decenni dopo un conflitto nucleare globale. Due giovani che non hanno mai visto niente al di fuori della loro cittadina, a causa di eventi esterni si trovano costretti a fare un lungo viaggio a piedi fino alla costa.
Durante il tragitto incontreranno varie localit dove vive la popolazione residua della zona, e scopriranno che ognuno di questi gruppi ha ricostruito la civilt alla propria maniera, con proprie usanze e consuetudini, spesso inventate di sana pianta o male interpretate dal passato. Perch il danno maggiore non  stato sugli edifici o sulla popolazione, ma su migliaia di anni di civilt spazzati via per sempre.
Scritta in uno stile colloquiale, e con parti in dialetto toscano, l'opera contiene citazioni di alcuni pilastri della letteratura, come il Satyricon di Petronio ed il Candido di Voltaire, oltre a brevi sezioni in poesia.
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L'AUTORE.
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Luca Gini  nato e vissuto in Toscana. Ha all'attivo una raccolta di poesia edita (Il Naufragio, Edizioni Il Foglio) ed una traduzione pubblicata (I Cavalieri Oscuri ed Altri Versi, Youcanprint).
Da sempre scrivere  la sua attivit preferita, che porta avanti con grande passione. E risultato finalista in vari concorsi letterari.
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Valdarno post nucleare.
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1.
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Aprii gli occhi. Nella stanza c'era una luce fioca, che filtrava attraverso le persiane malridotte, tra gli stracci che fungevano da tende, sulle pareti.
Disegnava strane ombre, draghi, piante, animali bizzarri.
Aveva una sua bellezza questa luce gialla, non troppo calda, di un pomeriggio di fine inverno.
Mi alzai dal materasso. Non era messo tanto bene. Era sporco, pieno di macchie, l'imbottitura usciva in vari punti e l'odore non era dei migliori. Ma era sopportabile e tutto sommato era molto, molto meglio di quello che toccava ad altra gente.
Mi affacciai alla finestra, senza aprirla. Guardai tra le persiane fatiscenti. Sotto, la strada era come sempre: un po' di asfalto qua e l, spazzatura, erbacce. Niente di nuovo nella zona residenziale.
Tirai fuori il vecchio orologio da taschino a carica manuale. Bel pezzo, un po' graffiato forse, ma era stata una gran fortuna averlo trovato. Funzionava bene. Roba antica, fatta per durare. Probabilmente non era stato usato sempre, ma aveva almeno un secolo di vita.
Guardai l'ora: le due.
Sarebbe stato meglio affrettarsi. Presto sarebbe venuto buio e Guido manco ce l'aveva, l'orologio. Chiss se mi avrebbe aspettato, e quanto.
Difficile prendere appuntamenti, e mantenerli, quando il migliore sistema che hai per scandire il tempo sono i morsi della fame.
E stavo cominciando ad avere fame, ma non ci feci troppo caso. Dovevano essermi rimaste delle cipolle, e nella stanza accanto i piccioni facevano un bel casino, un casino invitante. Ma era tardi.
Mi misi un maglione di lana con pochi buchi e diedi un ultimo sguardo alle coperte. A primavera le avrei lavate, mi dissi. Poi mi affrettai gi per le scale.
Scesi in strada. Il sole era ancora alto, e gli arbusti cominciavano a gemmare. La primavera si avvicinava. Mi incamminai lungo la strada, sorpassai la vecchia clinica, che fungeva anche da farmacia, studio medico, dentistico, ginecologico e molto altro. Il vecchietto era morto l'anno prima, una vera tragedia. Era l'unico rimasto in citt che ci capiva qualcosa di medicina, anche solo per sentito dire, anche solo per i libri che aveva letto. Perlomeno l'unico che conoscevo io.
Toccava far senza. Entrai in piazza. La fontana era sempre molto caratteristica, con le sue poche rane, la melma verde e tutto quanto. La statua della Nike continuava a guardare il sole, coprendosi la fronte con la mano. Era una bella statua, solida, dei tempi che furono.
C'erano molti alberi nella piazza, tra le macerie. Una volta un vecchio mi disse che c'erano anche delle panchine, e servivano per starci a sedere e guardare la gente che passava, o guardare i piccioni. Probabilmente prima era pi sicuro stare fuori. Io cercavo di starci il meno possibile, fuori dalla mia accogliente casetta, col suo giardino con i cocci di vetro in cima ai muri ed i barattoli, che mi avvertivano in caso di arrivi inattesi. Era comoda casa mia, dormivo al secondo piano, ed usavo gli altri due come magazzino. Poi c'era il cortiletto con l'orto che mi dava da mangiare, i
conigli, e nella stanza accanto la mia i piccioni. Che buoni i piccioni.
Comunque, il sole era ancora alto e casa di Guido non era lontana. Attraversai la piazza, e passai accanto allo spaccio che apriva ogni tanto, di solito il giorno dopo la luna piena.
C'era poco da comprare, allo spaccio, e quindi ci trovavamo tutti sia per comprare che per vendere, era il mercato. Ci trovavamo il giorno dopo la luna piena perch nessuno si ricordava mai che giorno era (non che fosse davvero importante) e quindi insomma, la luna in cielo la vedevano tutti ed era un buon metodo.
Arrivai davanti casa di Guido. Era uno degli edifici meglio tenuti della zona, aveva anche la porta. La presi a pugni pi forte che potevo. Dopo pochi secondi lui si affacci alla finestra, riconobbi la sua lunga barba brizzolata.
Icch tu vi maremmahane? Oh che ti pare l'ora di veni', troia dell'Eva?
Ciao Guido, sono in orario. Ho guardato l'orologio.
Eva infame, nemmeno 'un tu lo sapessi che l'orologio tu ce l'hai artro che te!
Senti Guido, vieni qui o rimaniamo ad urlare ancora un po'?
E scendo, 'ioberva, scendo, s.
Guido era una brava persona. Un po' ignorante, ma non era colpa sua. I suoi non gli avevano insegnato a leggere. Perlomeno sua madre, suo padre non ho mai capito che fine avesse fatto.
Sentii dei passi affrettarsi gi per le scale, e la porta si apr davanti a me.
AAALLORRRA! 'Home ti sembro? 'Un son proprio bellino?!
Il completo di Guido non era malaccio. Pantaloni che un tempo usavano gli "uomini d'affari", giacca dello stesso
completo ed una maglia bianca con una grossa scritta rossa "Coop", la stessa che si trovava sopra l'edificio all'altro lato della citt, sempre rossa.
Ai piedi aveva delle ciabatte, e tre paia di calzini, un po' per il freddo ed un po' probabilmente perch le ciabatte erano grandi.
Insomma, icch si fa? Sa a di' d'and, prima che abbii?
Guido non aveva tutti i torti. Prima che facesse buio conveniva tornare a casa. Lui viveva con sua madre, io ero solo, e non avevamo molti amici. Anche pochi conoscenti. Era raro vedere passare in strada pi di due persone per volta.
Ci incamminammo. Erano da poco passate le due. Per arrivare ci sarebbe voluta mezz'ora circa, e lo stesso tempo per tornare, se tutto andava bene. Non sapevamo quanto ci sarebbe voluto l. Le medicine non erano mai facili da reperire. Pare che in passato fosse pi facile, ma quello che c'era rimasto dopo la guerra era una serie di medicamenti base, le cui ricette erano miracolosamente scampate alla distruzione.
La madre di Guido era malata. Una vicina, una signora che abitava a duecento metri da casa mia, era sicurissima che quello che serviva era questa "penicillina".
La penicillina pare la estraessero da un fungo, e l'unico posto che si occupava della produzione era il vecchio ospedale, ancora in mano ai russi dai tempi della guerra.
Mio padre mi aveva spiegato che quelle non erano pi le truppe di invasione originarie. Quelle erano morte di vecchiaia o altro. Si trattava dei loro figli, che per avevano ancora un po' di quella tecnologia anteguerra assurda. La possedevano tutta loro, ed erano pochi, molto pochi. Al loro servizio c'era anche, si diceva in giro, l'ultimo vero medico della citt.
Ci mettemmo in cammino. Guido si fingeva allegro, ma io sapevo che quell'allegria non faceva parte del suo normale buonumore. Sua madre stava molto male ed era
preoccupato. Non credeva molto nella medicina, ma era disposto a tentare il tutto per tutto.
Attraversammo strade deserte piene di calcinacci ed erbacce. Ad un certo punto mi sembr di vedere un fagiano. Ne avevo visti pochi in citt, venivano a mangiare negli orti. Passammo attraverso quello che chiamavano "il giro" ed arrivammo nella piazza. Era piuttosto ampia, ed al centro c'era una vecchia fontana con quattro statue, davanti a loro una chiesa. Il giorno di mercato c'era un uomo che officiava i riti; prendeva un pezzo di pane, lo spezzava e lo dava a quelli che andavano a vederlo.
Diceva che dentro c'era il "corpo di Cristo". A me il sapore sembrava quello del pane normale. Poi toccava stare a sedere un sacco di tempo e dire molte frasi rivolte a questo e quello. Non era che ci credessi molto, e di solito preferivo rimanere al mercato, e dopo andare a togliere le erbacce nell'orto.
Attraversammo la piazza e giungemmo nell'altra strada, quella che portava all'ospedale. Quella zona era perlopi disabitata. I russi non gradivano molta gente intorno, e quindi la maggior parte dei residenti semplicemente non andava a vivere l.
Ero gi stato in quella zona, ma mai sul serio all'ospedale.
La zona era circoscritta, c'erano delle guardie armate che non volevano nessuno nei paraggi. Ma noi avevamo della merce di scambio.
Arrivammo in vista dell'ospedale; l'edificio pi grande era crollato venti anni prima, quello pi piccolo era ancora in piedi. C'era gente che ci abitava e si sforzava di fare un po' di manutenzione, un misto di soldati russi e servit dei nostri.
Da lontano vedemmo le guardie, e loro ben presto videro noi.
Ci stavamo avvicinando lentamente, quando intravidi un puntino rosso sul petto di Guido. Non era una macchia,
e non stava fermo, un po' come un insetto luminoso molto veloce ed irrequieto.
Da lontano una guardia url: Indtuvvai inostrannyye?
Ero molto sulle spine. Non ero mai entrato in quella zona della citt. Provai a rispondere.
Salve! abbiamo delle cose per voi! Vogliamo fare uno scambio! Non siamo armati!
Vidi da lontano che una guardia teneva in mano qualcosa e lo posizionava sugli occhi. Dopo poco l'insetto rosso dal petto di Guido spar.
Venihe avanti medlenno.
Pensai che si potesse avanzare senza problemi. Avevano in mano dei fucili. Non ne avevo mai visto uno dal vivo, ma sapevo che potevano far fuori un uomo a grande distanza.
Arrivai dinnanzi ad uno di loro che portava un berretto strano. Dedussi che in qualche modo era il capo.
Buonasera. Molto piacere di conoscerla. Avremmo della merce da scambiare con voi, nel caso foste interessati. Avremmo bisogno di un piccolo favore.
Bystro, bystro! disse, facendo cenno di andare con lui.
Non avevo mai visto da vicino l'ospedale. C'era un grosso complesso di tubi arrugginiti, molto alti e grossi, un po' contorti. Formavano una specie di tetto. Lo superammo, mentre il resto dei soldati ci teneva sotto tiro. Entrammo nell'atrio.
I militari si erano organizzati l. C'erano armi ovunque.
Quindi icchttuvi inostrannyye? chiese il capo.
Cercavamo della penicillina. Pe-ni-cil-li-na. Ho della merce da scambiare.
Shou, inostrannyye.
Tirai fuori il mio asso nella manica. Un bel fascio di riviste porno anteguerra, prese da quello che doveva essere un negozio di riviste, o gi di l. Le avevamo trovate in un armadio, sotto a delle macerie, ancora imbustate.
Spezia, inostrannyye, spezia.
Qualcosa mi suggerii che apprezzava.
Si ple trova' un soglasheniye.
Quindi possiamo avere la penicillina?
Utverditel'nyy.
Mi fece cenno di aspettare. Aspettai un bel po'. Intorno era pieno di scatole con scritte russe, altre con scritte italiane. Sembravano molto vecchie.
Il tipo dal cappello strano torn con un uomo di mezza et. Aveva un lungo vestito bianco, e delle strane ciabatte.
Ciao ragazzo, disse.
Buonasera.
Ecco qui e tir fuori un barattolo pieno di confetti un po' irregolari.
La posologia varia a seconda dei casi. Io non posso venire a visitare il paziente, ma ad occhio una al giorno non lo uccider.
Presi il barattolo e ringraziai. Nell'altra stanza sentivo i militari che urlavano. Le riviste stavano riscuotendo successo.
Fui scortato fuori da un militare. Avevamo di nuovo quei puntini rossi addosso mentre tutti ci guardavano coi fucili in mano.
Uscimmo di l, andando verso il fiume, poi verso il ponte crollato. Ci mettemmo a sedere sulla riva.
Chiss perch inizi la guerra...
Davvero! disse Guido.
Non che ormai abbia molto importanza.
Eh, no, dihassa.
Il sole scendeva lento e si tuffava nell'Arno, mentre dei cani abbaiavano. Gli alberi tutto intorno alla riva cominciavano a farsi scuri. Presto la sera sarebbe arrivata, e sarebbe stato pericoloso aggirarsi cos per Empoli.
Decidemmo di tornare a casa, in fretta.
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2.
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Sulla via di casa non incontrammo nessuno. Arrivammo davanti casa di Guido, salimmo le scale.
Anche lui aveva deciso di stare in alto, al terzo piano di quel vecchio palazzo. Era quello pi lontano da terra e quindi da facili intrusioni.
Pure lui aveva messo qualche barattolo con dei fili per avvertirlo in caso di visite inattese.
Il suo appartamento era simile al mio, solo che non aveva i piccioni. A Guido non piacevano granch.
Sua madre era distesa su un materasso, in casa. La stanza era illuminata dalle ultimissime luci del giorno, ed un flebile bagliore rossastro illuminava le pareti.
Non mi sembrava che stesse molto bene. Era distesa sul materasso, e probabilmente era pure peggiorata dall'ultima volta che l'avevo vista.
Lui si chin su di lei: Mamma, t'ho portaho le medicine.
Sua madre rispose cos piano che io non capii nulla.
Piglia questa, vah. Ha detto i' dottore che ti fa bene.
Le porse la pillola, ed una vecchia bottiglia di vetro piena d'acqua.
Lei deglut a fatica.
Io e Guido ci spostammo nella stanza accanto.
'un mi pare miha che stia pi di tanto bene.
Lo penso anche io... risposi
Icch si fa ora?
Io vado a casa, vediamoci domani.
Via, gi, ci si vede.
Gli detti una pacca sulla spalla, salutai la madre, scesi le scale e fui in strada.
Faceva buio fuori. Non mi piaceva muovermi per Empoli da solo dopo il tramonto; nel cielo, che stava diventando scuro, si vedeva gi la Luna. Mi accorsi che era piena, quindi il giorno dopo ci sarebbe stato il mercato.
Bene, finalmente avrei visto un po' di facce conosciute, e magari avrei comprato qualcosa.
Mi incamminai di fretta verso casa. Per fortuna non era lontana da quella di Guido, e quindi ci sarebbe voluto poco.
Attraversai di nuovo la piazza, quella con la statua che si copriva la fronte con una mano. Vidi una civetta su un albero. Gli uccelli stavano gi andando a dormire, si sentiva un gran fragore di ali, ed un cinguettio quasi assordante.
Ero intimorito perch, ogni tanto, soprattutto la notte, si incontravano dei cani inselvatichiti sulla strada. Non era mai un bell'incontro. Non sapevi mai come avrebbero reagito quelle bestie.
Per fortuna arrivai a casa senza problemi. Aprii con fatica la serratura della porta, salii le scale.
Tutti i barattoli e tutti i fili erano ancora al loro posto, quindi tutto ok, niente intrusi e niente problemi. Almeno speravo.
Entrai in camera. Sentii un forte rumore.
Presi in fretta il coltello accanto al letto e guardai in giro. Poi lo vidi.
Un dannato piccione era entrato in camera, non si sa bene come.
Il piccione arrosto  uno dei miei piatti preferiti. Dopo
una breve colluttazione con la recalcitrante bestia, essa era infine pronta per diventare la mia cena. Eviscerai il pennuto e lanciai le interiora in giardino.
Andai in terrazzo, presi il mio archetto e con un bastoncino accesi il fuoco. Me l'aveva insegnato mio padre quel sistema, era laborioso ma dava i suoi frutti. Mentre spennavo, ed il fuoco mi riscaldava, pensavo alle mie cose in generale.
Sempre solo, ed un unico amico. Poco da fare tutto il giorno, escluso il lavoro nell'orto e nella piccionaia.
Fino a qualche anno fa perlomeno avevo i miei genitori, ma da quando erano morti spesso mi capitava di rimanere da solo a lungo e mi annoiavo. A volte pensavo di cambiare qualcosa nella mia vita, forse spostarmi in un'altra citt. Quante piume aveva quel piccione, dannato lui. Era pure un po' magro.
Alla fine ce la feci a spennarlo, e lo misi sul braciere in terrazza.
Mentre cuoceva guardai il paesaggio urbano. Case, edifici crollati, qualche piccolo albero l sotto, sulla strada. Arbusti sparsi.
Il canto degli uccelli notturni, saltuario, dava note alla notte. Non uno schiamazzo, non una voce umana, nulla di nulla.
Mangiai in terrazza, davanti al fuoco, guardando fuori.
Presi un po' di brace, tornai in camera e la misi nella stufa. Costruire una stufa non era stato semplicissimo.
Era fatta con un vecchio scatolone di metallo con sopra scritto AMD, dal quale usciva un tubo tutto ammaccato, che ci avevo ficcato a gran fatica e che usciva dalla finestra. Era stato necessario un lungo lavoro di scalpello, martello e seghetto, ma alla fine era venuta fuori bene. Riscaldava la stanza e la illuminava anche, un pochino.
Mi sedetti su una sedia accanto alla stufa, e mi misi a
leggere un vecchio libro tutto ingiallito, preso "in prestito" alla biblioteca della citt. Ero il solo che visitava il rudere della biblioteca per prendere qualche libro malridotto da leggere. Gli altri li usavano per accendere il fuoco.
Andai a letto, e pensai alla primavera che a breve sarebbe arrivata. Mi addormentai poco dopo.
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3.
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Mi svegliai abbastanza presto, e mi preparai una frittata con qualche uovo di piccione e le cipolle del mio orto. Una volta avevo assaggiato anche l'olio, ma non era facile trovarlo e costava un bel po'.
Oggi era giorno di mercato, il sole era alto e tutto volgeva al meglio, ma non  che fossi davvero contento. La mia vita cominciava a stancarmi. I giorni erano sempre tutti uguali. L'orto, e poco altro.
Scesi in strada. Attraversai la piazza, e mi diressi a passo svelto verso il mercato.
Il mercato era dentro quello che, mi avevano detto, una volta era un bar. Si leggeva ancora qualche lettera sull'insegna, "V TT R A". Una volta era uno dei bar principali di Empoli.
Entrai nel mercato. C'era gi diversa gente. Il tipo che gestiva il posto, Maurizio, mi salut ed io ricambiai.
Home va, pischello?
Bene, bene Maurizio. Abbiamo avuto una giornata particolare ieri.
He avehe combinao?
Gli raccontai della visita ai russi. Lo vidi cambiare espressione, si sporse dal banco e si mise a parlare con un tono pi basso.
L'ha sentihe le novit?
No...
Pare he i russi traffichino qualcosa. Dopo ti spiego meglio.
Mmm mmm. Senti, do un'occhiata alla roba...
Vai Vai!
C'erano dei tavoli nella grossa stanza. Sopra di essi la merce che i proprietari erano l per vendere o barattare.
Vidi un pentolino. Avevo solo la padella a casa e mi toccava farci pure il brodo. Un pentolino era un lusso, ma cavolo, si vive una volta sola (e nemmeno a lungo di solito). Chiesi al proprietario quanto costasse.
Due euri, mi disse.
Avevo risparmiato un sacco, e portato a vendere molta verdura e altre cose trovate in giro, quindi avevo un po' di soldi da spendere.
Ok, aggiudicato.
La transazione fu presto fatta, ed il tipo, dalla barba brizzolata ed incolta, mi ringrazi e mi strinse la mano con la sua, piuttosto callosa. Era abbronzato e sporco di terra. Lo avevo visto in giro a volte, doveva aver lavorato nell'orto tutta la vita.
C'erano altri clienti al mercato. Vidi alcuni vecchi che conoscevo, anche quello pi avanti negli anni che avessi mai visto da quelle parti. Aveva quasi sessantacinque anni.
Ma mai una ragazza giovane e bella. Qualche altro ragazzo della mia et, qualcuno pi grande, ed un bambino venuto l a curiosare.
Detti un'occhiata al resto della mercanzia: dei piatti un po' rotti, qualche coltello arrugginito, frutta, verdura e poca carne, perlopi di piccione. C'era anche un cane, gi macellato, sul bancone.
Presto mi stancai e tornai da Maurizio, il gestore.
Hey Maurizio, che sarebbe questa storia delle "novit"?
Parla piano disse lui.
S, ok, ma.che  successo?
Vieni con me di l. ANTONIO! Dai un occhio a tutto, torno subito.
Un tipo che non sembrava molto sveglio venne dietro al bancone al posto suo.
Maurizio mi fece strada nel retrobottega. C'era di tutto, perlopi elettrodomestici completamente andati e diverse decine di bottiglie di detersivo. La scorta segreta, probabilmente tutti i risparmi di Maurizio.
I russi vogliono pigliassi Empoli mi disse.
Che cavolo dici?
Sul serio. Pare che ci siano de' militari russi che arrivan da Firenze ed altri posti l vicino.
E chi te l'avrebbe detto?
Un si pole di'. Fai conto uno che lo sa.
E quindi che pensi di fare?
Continu sottovoce: Io sbaracco tutto, piglio quello che mi posso porta' dietro e vado da un'altra parte. Un si sa mai. Se poi unn' vero ritorno. Si vedr un po'.
Ed il mercato?
M'importa anche una bella sega d'i mercato.
Era stato piuttosto chiaro, ma ero lo stesso perplesso da tutta la storia.
E comunque, ti consiglio di fa uguale che qui 'un si sa come va a fin.
Rimasi abbastanza stordito dalla notizia. Salutai Maurizio ed uscii dal mercato. Sostai un attimo in piazza.
Se davvero i russi volevano stabilire una vera base ad Empoli le cose per noi potevano diventare complicate. Quindi cosa potevamo fare? Abbandonare tutto ed andarcene via? Senza sapere nemmeno cosa avremmo trovato? Perdendo tutto quello che avevo? Forse non era il caso. E vero che mi ero stufato della solita vita, ma avevo un'idea, e sarebbe stata una bella interruzione dalla solita routine. Una specie
di vacanza. Un viaggio insomma, posti nuovi, gente nuova, nuove esperienze. E poi qui conoscevo diverse persone, e non le volevo abbandonare al loro destino.
Decisi di andare a parlare con Guido, la casa era proprio l accanto.
Battei forte alla porta, e dopo poco lui scese ad aprirmi.
O, bongiorno! esclam
Guido, non  'sto gran giorno...
Perch!?
Andiamo su e te ne parlo.
Salimmo le scale, entrammo in casa e cominciai a spiegargli la faccenda.
E perch vorrebbero pigliassi Empoli?! esclam.
Non lo sappiamo.
Ma io qui ch'abito. C'ho tutte le mi' robe. E la mi' mamma se scappo mica la posso porta' via...
Senti Guido, ho un'idea.
E dilla.
Parliamo con la tua vicina, e la facciamo venire ad assistere tua madre.
E noi icch si fa?
Noi andiamo a Livorno a sentire se ci possono aiutare.
Ma  un bordello di strada!
S, lo so, quasi ottanta chilometri mi hanno detto.
Ma te maremma bna sei tutto rincoglionito!
Guarda, ci ho pensato. E sono arrivato alla conclusione che, anche se qui la vita non  un granch, mi sono sistemato. Ho una casa e delle cose alle quali pensare. Se vado via, perdo tutto. Dobbiamo tentare qualcosa.
S, vabbene, ma icch si tenta? Perch si va a Livorno? A fare icch?
Andiamo a parlare con qualcuno. Ho sentito dire che a Livorno sono molto pi organizzati rispetto a qui. Hanno anche
un capo o qualcosa di simile. E poi anche a loro fa comodo Empoli,  sulla via di Firenze, te lo immagini un presidio straniero armato nel mezzo? Non credo gli farebbe piacere.
Forse tu hai ragione. Zioberva, l' un bel giro per, eh...
Maurizio, il gestore del mercato, ha detto che scappa prima possibile.
Mica c'ha tutti i torti...
Secondo me possiamo trovare una soluzione, senza lasciare le nostre case, le cose che ci appartengono e le persone che conosciamo.
E quando vorresti parti'?
Prima possibile.
S, per ci si deve organizza'. 'Un si pole mica anda' cos, alla rinfusa...
Ci organizzeremo. Cominceremo oggi.
Per maremma canaccia tutte a noi...
Se la vita ti d limoni,  il momento di farsi una limonata. Eh?
Lascia perdere Guido. Dammi un po' di tempo per mettere a posto delle cose. Ci aggiorniamo stasera.
Io c'ho un po' paura.
Pure io, ma vedi il lato positivo. Ci facciamo un giro.
A me il giro m'andrebbe bene farlo anche al paesino qui accanto. 'E son chilometri codesti, parecchi...
Pensa a tua madre.
Via, vabbene, ci penso un po'.
Risentiamoci stasera. Ok.
Salutai e scesi le scale. Inciampai in un barattolo e bestemmiai. Ero parecchio nervoso. Quante novit in cos poco tempo.
...
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...
4.
...
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...
Tornai al mercato, da Maurizio. Occorreva organizzarsi. Erano necessarie diverse cose.
Entrai, salutai, e chiesi se avesse una mappa della zona e cibo a lunga conservazione.
Come mai?
Vogliamo andare a Livorno a provare a far qualcosa.
Per quelle novit che t'ho detto?
S, quelle.
Senti, ho qualcosa nel retrobottega. Te lo vo a prende'.
Port un vecchio foglio di carta tutto sgualcito, e dei barattoli.
Ecco qui. Mappa della zona, fatta a mano. Sa iddio quante cose son cambiate da quando l'han fatta, ma io c'ho questa.
 ok.
Mais tostato. Dura un monte - disse mostrando alcuni barattoli tutti graffiati - e per finire, carne essiccata. Questa gl' una primizia. Mmm mmm...
Senti, io te lo dico, 'sta roba qui ti costa un monte.
Ok, mettimi tutto da parte. Passo a prenderla il prima possibile. Cerca di rimanere in negozio nelle prossime ore.
Va bene.
Io ora vado. Devo mettere a posto un paio di cose, ci aggiorniamo.
Ok. Ti voglio di' una cosa per.
Dimmi.
Io apprezzo quello che tu fai, ma stai attento. Anche io di giri me ne son fatti parecchi pochi nella zona, non  che sia tanto sicuro.
Lo sospettavo...
Quindi, in bocca al lupo, e come dihono i livornesi, in culo alla balena.
Grazie dissi sorridendo.
Salutai ed uscii.
Bene, non rimaneva molto da fare. Prendere la borsa, trovare qualcuno che desse un'occhiata all'orto in mia assenza, sprangare tutto ed andarsene, magari domattina. Ah, e parlare con la vicina per la mamma di Guido, ma a quello ci avrebbe pensato lui.
Andai a casa, parlai con il vicino, e lui acconsent a dare un'occhiata all'orto in mia assenza. Andai su, e racimolai tutti i soldi dai miei nascondigli segreti.
Guido aveva gi parlato con la vicina per sua madre, ed acconsent a dividere le spese degli "approvvigionamenti". Scesi da Maurizio e presi la roba da mangiare e la mappa al negozio. Poi tornammo in casa di Guido a parlare della cosa.
Senti, la mia idea  questa. Tagliamo a diritto sulla vecchia via di comunicazione che univa Empoli a Livorno.
Ma tu dici l'autostrada, la Fi-Pi-Li?
S, quella.
Omamma... chiss icch ci si trova di l e su.
Secondo me  la via migliore. Avventurarsi per le piccole strade secondarie ed i paesini dovrebbe essere ancora pi pericoloso.
Quanto pensi ci si metter?
Due o tre giorni, direi.
Andata e ritorno?
Sola andata. Secondo me una settimana in totale tra andata e ritorno, circa.
Un giro cos lungo 'un l'ho mai fatto.
Manco io. Sar una bella vacanza dissi sorridendo.
Eh, diobno. Speriamo di torn', perlomeno.
Non iniziamo con facili catastrofismi.
Icch?
Lascia stare. Io direi di trovarsi stasera al mercato, al negozio di Maurizio. La sera  aperto e si pu bere qualcosa e definire i dettagli. Che ne pensi?
Maremmaberva, avoglia! Si fa una bevuta, si scherza un po', e domani ci si avvia.
Questo  l'entusiasmo che volevo.
Vai. Che si fa ora?
Vado a casa, finisco di mettere a posto le ultime cose. Stasera ci troviamo da Maurizio, domattina ci vediamo in piazza e partiamo.
Mi sembra possa anda' bene.
Sembra pure a me.
La sera era arrivata in fretta, e decisi di farmi un brodo con un po' delle verdure dell'orto e della carne di piccione.
La mia dieta a base di verdure e piccione non mi dispiaceva, ma come dice il proverbio "a mangiar spezzatino tutti i giorni viene a noia", e cos era per me. Avrei preferito variare ogni tanto.
Comunque il brodone di piccione, carote e verdure miste mi sembrava ancora buono.
Lo scaldai nel nuovo pentolino. Me lo sarei portato dietro nel viaggio.
Viaggio che, devo essere sincero, mi preoccupava non poco. Da qui a Livorno era un bel tragitto, e non avevo quasi idea di cosa avrei trovato per la via.
La prospettiva da un lato mi intimoriva, dall'altro mi affascinava. Per la prima volta dopo molto tempo mi sentivo impaurito, incerto sul futuro, pieno di aspettative, in poche parole, vivo.
Finii il brodone con foga. Presi la vecchia borsa sportiva, tutta lacerata e rattoppata, lavai il pentolino e ce lo misi dentro, insieme alle altre cose che avevo comprato la mattina da Maurizio. Andai fuori in terrazzo a dare un'occhiata. Mi accolse un paesaggio lievemente illuminato dalla pallida luce lunare. Rimasi in silenzio ad osservare le colline, e gli edifici in rovina. Lontano sentii un gufo. Sorrisi. A breve avrei visto qualcosa di diverso.
Caricai lo zaino sulla spalla e scesi le scale.
Percorsi a passo svelto la strada verso il locale di Maurizio. La sera del giorno di mercato teneva aperto, ed al vecchio bancone si poteva bere qualcosa che non fosse acqua piovana. Gli altri giorni Maurizio andava in giro nei dintorni a cercare merce interessante da vendere, o andava presso altri piccoli mercati, sempre in zona.
La Luna splendeva alta nel cielo, tra gli alberi che erano in piazza. In fondo intravidi della luce, era il locale, e si sentiva persino qualcuno che parlava. Era la serata pi movimentata di Empoli, e c'era una volta al mese.
Luce, alcolici e qualche faccia conosciuta erano una cosa rara.
Entrai e salutai.
Fui accolto da un Guido gi un po' brillo.
AAAllorrra!
Ciao Guido.
Sei venuto a be', eh?
Te invece mi sa che non mi hai aspettato, uhm?
C' qui Maurizio che ha sentito della nostra, pe' cos dire impresa, e ci vuole offri' du' bevute.
Maurizio sorrise ed alz il bicchiere.
Alla tu' salute!
Decisi che, nonostante tutto, avrei potuto bermi qualcosa pure io.
Era vino rosso, un bel vino rosso in un bicchiere un po' graffiato, ma comunque pulito.
Mi misi a sedere. Cominciai col vino. Il sapore era corposo, prima caldo, poi lievemente acidulo. Si lasciava bere, insomma.
E gl' di Montelupo! disse Maurizio.
Da Montelupo si vede Capraia! intervenne Guido.
Ges li fa e poi l'appaia! concluse Maurizio.
I due si dettero il cinque, ed io risi per la battuta geografica, anche se non l'avevo capita. Mi piaceva per il clima di festa.
Guido si fece di colpo pi serio.
Allora domani si parte, eh?
S. Dai, non fare quella faccia. Magari incontriamo due tipe carine.
Tipo lei? disse Guido indicando Alberta.
Ehmmm... - tossii - Ciao Alberta.
Hola! disse una figura un po' sgangherata, discretamente sdentata, sulla trentina, seduta l vicino a noi.
Anche meglio, sussurrai all'orecchio di Guido.
Guido si impett subito, come se stesse gi facendo mostra di s. Era bastato poco per tirargli su il morale.
Tirai fuori la borsa.
Allora Guido, ti faccio vedere un po' di roba.
Vai.
Primo pezzo della collezione: pentolino.
Bono.
Andiamo avanti. Cibo a lunga conservazione: mais tostato.
Tanto i denti s'hanno bni tra tutti... I miei denti sono perfetti, caro mio. Cosa vorresti di'? sbott Guido digrignando una bocca con qualche fessura interdentale di troppo.
Andiamo avanti. Pezzo forte: mappa della zona.
Guido si sporse in avanti.
Eh, c' tutto il mondo conosciuto qui!
Quello conosciuto da noi, all'incirca, s.
Bene.
Te invece caro Guido hai portato qualcosa? Io son qui pe' stupitti! disse Guido tracannando il bicchiere.
Allora stupiscimi.
Guido batt il bicchiere sul tavolo e si chin sotto il bancone. Poi con voce strozzata dallo sforzo disse: Ovvia. Ora ti sorprendo.
Detto questo gett sul banco una vecchia e grossa borsa, polverosa e malridotta. Cos'? chiesi. Tenda Canadese rispose.
Cavolo, non me l'avevi mai detto che avevi una tenda canadese.
Difatti 'un ce l'avevo mica fino ad ieri. Accidenti, l'hai comprata per noi!? Maurizio scosse la testa imbarazzato. Dove l'hai presa Guido? Ma icch ti frega! Bi, bi che ti fa bno! Maurizio mi riemp il bicchiere. Senti un po', ma mi pare ci sia qualcos'altro l dentro... la borsa  tutta piena di bitorzoli... Mele disse lui lapidario. Mele per cosa, Guido?
'Un si campa di solo spirito. Ci vogliono anche le mele.
Ma perch proprio le mele?
Perch queste avevo. Oh, 'un le vi?
No, no... le mele vanno bene.
Una mela a  giorno leva  medico di torno! interloqu Maurizio.
Insomma, ma dimmi un po', che strada si fa? chiese il mio sdentato amico.
Si prende la vecchia autostrada risposi. Si segue quella finch non arriviamo a Livorno. Dritti come un fuso.
Artre idee? Artri progetti?
No. Tu ne hai?
No.
Allora a posto cos?
All'incirca.
Tracannammo i bicchieri.
Allora  deciso, domani si parte.
Oh, ascortate me - disse Maurizio - pe' festeggi la vostra audace 'mpresa, ho deciso di favvi un regalo!
"Sordi!? chiese Guido carico d'aspettativa.
Meglio! rispose Maurizio. Musica maestro!
In quel momento un vecchio, che fino ad allora non avevo notato, si mise a suonare con una chitarra tutta scassata, accompagnandosi con una voce esile e gracchiante.
La vista del vecchio e sdentato menestrello scaten in breve tempo l'euforia generale.
Alberta si mise a ballare in mezzo al locale sul pavimento sudicio, tenendo la gonna con le mani.
Guido, che sembrava molto partecipe, dopo poco si un a lei.
I pochi avventori battevano le mani, ed io continuavo a darci dentro col vino.
Ben presto la stanza cominci a girarmi intorno. Ne avevo a sufficienza per quella sera. Cominciai a recuperare
le mie cianfrusaglie mentre i pochi altri clienti si univano ai balli. Con la coda dell'occhio vidi Guido che palpeggiava la sdentata ballerina.
Salutai tutti a gran voce. Guido agit la mano. Maurizio usc da dietro il bancone e venne da me. Mi mise una mano sulla spalla.
Bna fortuna, ragazzi.
Grazie Maurizio.
...il tirabuscin l'abbiamo noi, ma ci manca la bottiglia! cantava il vecchio.
Zaino in spalla, mi incamminai verso casa. Mi fermai sotto la statua. La guardai. Mi sembrava una bella statua. Vomitai.
...
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5.
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La notte era passata in maniera un po' movimentata. Mi ero svegliato spesso ed avevo fatto degli strani sogni. Avevo sognato la strada verso Livorno ed il tragitto che dovevamo compiere. Non avevamo un'idea precisa di cosa avremmo trovato. Avevamo informazioni frammentarie sulla zona l intorno che non mi facevano stare tranquillo.
Andai da Guido di buon'ora. Lo zaino con la roba pesava un po', ma mi sarei dovuto abituare.
Lo trovai intento a fare colazione con delle mele, una quantit notevole di mele. La vicina che avrebbe dovuto assistere sua madre era gi l. Non parlammo molto. Ad un certo punto lui si caric lo zaino in spalla, le salutammo e decidemmo di incamminarci.
Il sole splendeva e gli uccelli canticchiavano. Il piano era di passare dal vecchio centro commerciale. Anche volendo non rimaneva molto da razziare, decenni di sciacallaggi avevano ormai contribuito a far sparire praticamente tutto, quindi tanto valeva non perderci tempo e tirare dritto.
Avremmo dovuto attraversare la vecchia ferrovia, e poi procedere fin sopra l'autostrada. In alcuni tratti la strada sopraelevata era crollata e quindi bisognava tagliare sotto, per campi e boschi.
Camminando di buona lena arrivammo sopra la vecchia strada di grande comunicazione.
Mi guardai intorno. C'erano un sacco di veicoli fermi da decenni. La strada si estendeva fino all'orizzonte. Sarebbe stata una buona via da seguire.
Proseguimmo e presto vedemmo una cascina di agricoltori. Ci salutarono.
Bongiorno! url Guido.
Bongiorno a voi! - rispose un vecchio - Indo vu andate di bello?
Ci facciamo un giretto mi intromisi io.
Ma li conoscete 'sti posti?
Un po' mentii. Non mi sembrava una cattiva persona, ma era meglio non fidarsi.
Ma pensae mica di arriva' fino a Santacroce?
L'idea era quella dissi.
Stae attenti.
Perch? chiesi preoccupato
Perch a Santa Croce la gente gl' strana disse sorridendo. Quelli che lavoravano con lui risero.
Certo risposi con un sorriso stentato. Avevo gi una nuova preoccupazione. Grazie comunque. Buon lavoro! urlai.
Bon viaggio - url di rimando il vecchio - e stae attenti!
Salutai con la mano e proseguimmo.
Continuammo a camminare senza parlare granch. Il sole saliva nel cielo, e non avevamo particolarmente freddo.
I postumi della sbornia del giorno prima non erano eccessivamente invadenti, anche se stavo sudando e mi faceva un po' male la testa.
Ci fermavamo ogni tanto e ci guardavamo intorno: boschi e boschetti, qualche fattoria dispersa ed isolata, nessun rumore se non quello degli uccelli e dei nostri passi sull'asfalto rovinato. Le mie scarpe, piuttosto male in arnese, stavano comunque reggendo.
Guido aveva ancora il completo elegante e le ciabatte. Per essere presentabili una volta arrivati probabilmente avremmo dovuto trovare un paio di calzature diverse per lui.
Presto arriv l'ora di pranzo, e ci fermammo. Guido tir fuori le mele ed io il mais tostato. A Guido il mais tostato piaceva, ma non era proprio il massimo per i suoi denti. Nemmeno le mele lo erano, ma questo avevamo.
Secondo te icch si trover a Livorno? chiese ad un tratto Guido masticando.
Non lo so di preciso. So che loro hanno un capo, e magari ci possono aiutare. Credo sia meglio che scappare in campagna ed abbandonare le nostre case. Mmm mmm...
Considera che avremmo dovuto spostarci comunque, senza sapere cosa avremmo trovato. Io penso sia la cosa migliore.
Forse t'hai ragione.
Anche secondo me. Senti un po', com' andata con Alberta ieri sera?
Eh... indovina.
Sei un uomo coraggioso, Guido.
Vai in culo.
Sorrisi. Si riparte dissi.
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6.
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Il tragitto proseguiva senza particolari intoppi. Ogni tanto eravamo costretti a scendere dall'autostrada e continuare per un po' nei campi e tra i boschetti, perch parte delle sezioni sopraelevate era crollata. Non incontrammo molta gente, giusto qualche agricoltore ogni tanto, che ci salutava da lontano.
In un boschetto vedemmo un piccolo gruppo di cani che ci pass davanti a qualche centinaio di metri di distanza. Per fortuna non si fermarono e non ci presero in considerazione. Forse avevano mangiato da poco.
Feci in tempo a raccogliere un po' d'acqua da un torrente e metterla dentro una vecchia bottiglia di vetro.
Presto venne sera. Decidemmo di accamparci sulla strada, in un tratto che si concludeva con una sezione sopraelevata, ormai distrutta. Perlomeno avremmo avuto le "spalle coperte", pensammo. Da un lato non sarebbe potuto arrivare nessun pericolo.
Guido tolse dalla borsa la tenda canadese. Era ammuffita e molto rattoppata, ma sembrava ancora funzionale. Ci mettemmo un po' a montarla, ma alla fine fummo soddisfatti del risultato. Tolsi dalla borsa il materiale per accendere un fuoco con l'archetto. Ormai l'esperienza mi permetteva di essere abbastanza veloce, e ben presto avemmo il fuoco. Il sole stava tramontando, e si tuffava in mezzo
ai boschi, in lontananza. Gli uccelli del giorno lasciarono posto a quelli della notte, e fu buio. Misi a bollire l'acqua del ruscello e tolsi dalla borsa delle verdure che mi ero portato dietro, e un po' di carne.
Il fuoco scoppiettava davanti alla tenda, e noi, seduti per terra, lo usavamo per riscaldarci. L'acqua bolliva, ed il cielo cominciava a riempirsi di stelle. C'era silenzio, esclusi i soliti richiami degli uccelli, e qualche latrato di cane in lontananza. Per sicurezza ci eravamo fabbricati due lunghi bastoni appuntiti nel bosco. Con quelli ci sentivamo un pochino pi sicuri, e poi mi avevano sempre detto che il fuoco teneva lontane le bestie selvatiche, quindi non avevamo troppa paura.
Ti eri mai allontanato cos tanto da Empoli? chiesi.
Macch. Gl' la prima vorta.
Come ti senti?
 tutto novo, tutto diverso da i' solito ambaradan.
Beh, credo che il bello debba ancora venire. Cio?
Vedremo dei posti nuovi, delle nuove citt. Non ti sembra interessante?
Si, beh... diciamo che gl' una vacanza un po' forzata ma vede' du' posti nvi male 'un ci fa.
Chiss com' Livorno.
Dice dicono tutti "Deh".
Cio? chiesi.
Deh ma, deh allora, deh maiala deh... Dicono "deh" ogni tre sehondi.
Dai, staremo a vedere. L'importante  che ci possano aiutare.
Secondo te che voglian fare 'sti russi?
Mah... magari vogliono riorganizzarsi. Alla fine Empoli non  in una cattiva posizione, cos a met strada tra
Firenze e Livorno. Anche vicina a Pisa. Cosa abbiano in mente poi non lo so. Ma non ci pensiamo adesso.  meglio andare a dormire e concentrarsi su una cosa per volta.
Mentre dicevo questo mi accorsi di avere un gran sonno. La giornata era stata lunga ed avevamo camminato per chilometri e chilometri. Entrammo in tenda e dopo poco ci addormentammo.
Nel bel mezzo della notte mi svegliai sentendo un rumore assordante. Era Guido che russava.
Beh, magari avrebbe tenuto lontano gli animali con quel casino. Mi riaddormentai.
...
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7.
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L'indomani mattina il tempo era sempre buono, per fortuna. Saremmo arrivati nelle vicinanze di Santa Croce abbastanza presto.
Smontammo la tenda, mangiammo qualcosa e ripartimmo.
Dopo qualche chilometro vedemmo in lontananza delle persone che ci venivano incontro, assieme ad un cavallo. Eravamo in un tratto sopraelevato, e si decise di non tornare indietro.
Quando fummo vicini salutammo un po' intimoriti, ma loro ricambiarono con espansivit.
Si avvicinarono e notai che avevano qualcosa di strano. Un uomo con un labbro leporino mai ricucito salut, e disse: Buongiorno foreshtieri!
Salve. Come va? risposi un tantino sulle spine.
Tutshto bene, tutshto bene aveva qualche piccolo difetto di pronuncia, dato probabilmente dalla deformit. Notai che aveva anche qualcosa di strano alla lingua.
Da dove venite?
Empoli.
Dove shiete diretti?
Ci stiamo facendo un po' un giro. Vacanza diciamo...
Ah, bene, bene.
Voi invece?
Andshiamo a Firenze.
Mi resi conto che avevano una discreta quantit di merce sul cavallo e sulle spalle.
Nelsh casho tu te lo shtia chiedendo, shiamo portanto un po' di roba ai mershati di laggi.
Notai anche che avevano delle vecchie pistole attaccate alla cintura. Cominciai a preoccuparmi.
Il tipo per era un po' deforme, ma comunque perspicace, e disse: Nonsh ti preoccupare. Shono per difesha pershonale.
Mi accorsi che quello che era accanto a lui, che fino a quel momento era stato zitto e continuava a sorridere, aveva sei dita ad una mano.
Shei mai venuto da queshte parti, shtraniero?
A dire il vero no.
Eh, allora abishtuati.
A cosa?
Avrai probabilshmente notato le nostre particolarit.
Beh, no, cosa...
Dai, falla finishta. Vishto che sei nuovo di queste parti ti shpiego.
Mmm mmm...
Noi veniamo da Shanta Croce.
Ah, ecco... dissi.
Ah, ecco cosha? chiese.
Ehmm.... non lo sho risposi. Mi ero un attimo lasciato contagiare dalla sua parlata. Questa volta per il tipo parve non farci caso, o fece finta di niente.
Shai che cosh'era Santa Croce?
No a dire il vero...
Era una shona industriale. Molto indushtriale.
Mmm mmm...
Quando shi fu la guerra un paio di bombe caddesho pure da noi.
E questi shono gli effetti delle radiazioni? chiesi, accorgendomi di stare di nuovo parlando come lui.
Che fai, veleshi?
Come? risposi.
Lashiamo pershere. Ti racconto lo shtesso la shtoria. Shraticamente da noi era pieno di robe chimiche e coshe cosh.
Mmm mmm...
Queshti sono i rishultati di un shoshtenuto inquinamento shimico.
Capisco.
Shper in fondo in fondo siamo tutti normali. Shiamo essheri umani tutti quanshi, no?! disse allargando le braccia.
Mi voltai verso Guido. Beh, la stranezza  solo una caratteristica, no? risposi.
ESHATTO! disse il mercante santacrocese. Nonostante l'aspetto non sembravano persone cattive.
Chiesi: Sentite un po', c' qualcosa che dovremmo sapere andando avanti?
Shanta Croce  una shzona tutto shommato tranquilla. Non cresho shroverete problemi da noi.
Ah, ok.
Pi avanshi sh Ponshedera, che  pi cashinosa.
Mmm mmm... annuii.
Vi cofshiene fare il shiro largo, a shud.
Sud? Shi.
Grazie mille dell'informazione allora. Buona giornata e buon viaggio!
Buon viasshio a voi! disse sorridendo con la bocca deforme.
Ci stringemmo la mano e proseguimmo.
...
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8.
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Mentre camminavamo pensai che forse sarebbe stato il caso di passare a vedere Santa Croce. Da un lato poteva farci comodo qualche provvista in pi, dall'altro pensai che, insomma, quando ci sarebbe capitato di nuovo? Eravamo in giro, tanto valeva veder qualcosa di diverso.
Parlai con Guido, che come sempre era un po' recalcitrante, ma alla fine lo convinsi ad andare in citt.
Uscimmo dalla superstrada e dopo poco ci si present uno strano paesaggio.
Si dispiegava davanti a noi una vasta zona industriale, perlopi distrutta, inframmezzata da orti e baracche. Nonostante il sole fosse alto e la giornata abbastanza calda la citt era ricoperta da una lieve foschia. Forse era l'inquinamento di cui parlava lo strano personaggio di prima.
Dopo una curva ed una lieve discesa vedemmo in lontananza un individuo che ci fece cenno di avvicinarci.
Il posto di blocco non era molto imponente. C'erano dei bidoni messi a creare una specie di barricata, ed il tipo era armato con una pistola. Accanto a lui c'era un altro tizio che dormiva su una sedia. Sembrava normale, ma gli vedevo solo mezzo busto. Ero sicuro che la parte inferiore avrebbe riservato qualche sorpresa, ad un'ulteriore analisi. Analisi che non avevo intenzione di fare.
Salutai calorosamente e proseguii.
Vidi la bottega di un fornaio, e mi accorsi che aveva quattro orecchie, due sul lato destro e due sul lato sinistro. Beh, loro almeno avevano il fornaio, noi non ce l'avevamo, ad Empoli.
Vidi una chiesa, e notai che c'era una piccola folla davanti.
All'inizio mi sembr che si trattasse di una messa, ma poi mi accorsi che erano tutti festanti ed allegri, e quindi ci avvicinammo.
Ad un tratto uscirono dalla chiesa un uomo ed una donna, vestiti sfarzosamente,.
L'uomo aveva giacca, pantaloni, scarpe e un cappello di pelle. La donna indossava uno di quei vestiti da sposa che andavano un tempo, un po' rattoppato, sebbene molto sfarzoso.
Si fermarono un attimo sulla soglia, tutti li acclamarono e gli lanciarono addosso dei fiori.
Mi avevano detto che un tempo usavano il riso per queste cose, ma di riso non  che ce ne fosse tanto in giro e quindi era meglio non sprecarlo.
Insomma, eccoci l che ricevevamo una pioggia di fiori.
Andammo pi vicino, e sentimmo distintamente le urla della folla: Viva gli sposi!, Dagliene secche!, Maremma impestata, come son belli!
La sposa sarebbe anche stata una bella ragazza, se non ci fosse stato quel problemino all'occhio sinistro spostato qualche millimetro troppo in basso.
Stesso discorso per lo sposo, che aveva un naso grande in modo grottesco.
Si baciarono sulla soglia e le urla del pubblico crebbero. Poi la sposa prese per mano lo sposo e lo port verso una macchina parcheggiata l davanti. Montarono sui sedili posteriori ed un uomo seduto al posto di guida diede un bel colpo di briglia ai cavalli che li trainavano.
Non avevo mai visto tanto sfarzo. La numerosa folla si accod agli sposi e decidemmo anche noi di mescolarci con i festanti e seguirli.
Dopo qualche minuto di tragitto in mezzo a fabbriche perlopi distrutte, ci trovammo di fronte ad una grossa casa isolata.
Non c'era nessuno che controllava gli inviti all'ingresso, quindi facemmo finta di niente ed entrammo.
Ci si present una scena abbastanza bislacca. Gli invitati, noi esclusi, avevano tutti qualche deformit pi o meno vistosa.
C'era il cuoco, con un vecchio e bisunto cappello da chef in testa, che serviva un'ampia variet di vivande. Era scalzo, per via dei piedi davvero troppo grandi.
C'era pure un cameriere, che lo aiutava. Aveva una giacca elegante e dei pantaloni di una tuta sportiva. Lui sembrava normale, ma stavo imparando a non indagare sulle stramberie dei santacrocesi.
C'erano dei ragazzini scalzi che correvano ovunque, urlando. Li seguii con lo sguardo e notai che andavano a giocare intorno ad una piscina improvvisata in giardino.
Ben presto vedemmo due ragazze ben vestite che parlavano tra di loro sorridendo. Una era davvero molto bella; l'altra forse meno, ma aveva uno sguardo molto interessante. Sembravano normali.
Detti un rapido sguardo a Guido, che sembr afferrare al volo la mia idea. Andammo a rifornirci di un bicchiere di quello che loro chiamavano "aperitivo" e di un piatto di una pietanza che sembrava carne, ma sulle cui origini preferivo non indagare.
Il cameriere ossequioso ci serv l'aperitivo in una tazza da latte.
Tronfi delle nostre tazze, demmo un rapido sorso, e fattoci coraggio avanzammo alla volta delle donzelle santacrocesi.
Ben presto si accorsero del nostro avvicendarsi e rivolsero i bei volti sorridenti verso di noi. Segretamente sperai che Guido non sorridesse. Guido sorrise. Le ragazze sorrisero meno.
Intervenni immediatamente: Salve, siete amiche della sposa?
S risposero un po' imbarazzate
Noi dello sposo.
Come lo avete conosciuto?
Tempo fa... mentii. Bella festa, non vi pare? chiesi cambiando velocemente discorso.
S, un po' confusionaria, ma c' davvero un sacco di gente.
Voi cosa fate nella vita?
Scoprii che una era avvocato (non ne avevo mai conosciuto uno), l'altra insegnava nella scuola cittadina. Mi sentii onorato di fare conoscenza di due ragazze cos in alto nella scala sociale.
Offrimmo loro da bere ed entrammo in confidenza. Vidi Guido allontanarsi parlando con la sua bella avvocatessa, mentre io e la mia insegnante ci ritrovammo ben presto in giardino, vicino alla piscina.
Visto che per una volta in vita mia avevo di fronte una persona di cultura decisi di farle un paio di domande.
Da quanto tempo  che siete qui?
Rise, e rispose che ci era nata.
Ti piace vivere da queste parti?
Non ho mai visto niente di diverso disse sorridendo. Poi bevve un sorso dal suo bicchiere.
Continuammo a parlare per un po'. Visto che era una persona istruita, passando da un argomento all'altro, decisi di chiederle se sapesse qualcosa della guerra, e del perch fosse iniziata.
Lei rispose che a suo avviso la crisi prima era stata morale, poi economica, ed infine politica.
Era un po' ubriaca, e rimanemmo in silenzio. Poi, senza preavviso, ricominci a parlare.
La tenda sul fiume  rotta: le ultime dita d'erba si aggrappano e affondano nell'argine umido. Il vento attraversa la terra bruna, non udito. Le ninfe sono spirate.
Mi spaventai un po'.
Cosa stai dicendo?
Niente, vecchi ricordi... rispose con un sorriso appena visibile. Adesso sar meglio rientrare disse.
Ci alzammo e tornammo dentro.
La festa proseguiva. Il cuoco continuava a produrre pietanze, il cameriere a servirle. Nessuno sembrava fare caso a noi. Da lontano vedevo gli sposi, ma cercavo di starne alla larga per paura di essere riconosciuto, o di non essere riconosciuto.
Pensai che forse era il caso di andare perch, anche se per ora nessuno sembrava fare caso a noi, prima o poi qualcuno si sarebbe accorto della nostra presenza. Salutai la ragazza, quasi dimenticandomi di chiederle come si chiamava. Mi disse di chiamarsi Francesca. Prima di andar via le domandai dove avremmo potuto passare la notte. Mi rispose che l vicino c'era una specie di albergo, che affittava stanze a poco prezzo. Mi feci spiegare la strada e, una volta recuperato il mio riluttante compare, salutammo e andammo via.
Fuori l'aria era fresca, ed era quasi ora di cena. Avevamo recuperato il nostro bagaglio, che dopo quel piacevole diversivo sembrava quasi pi leggero. L'albergo non era distante ed arrivammo presto. Ci accolse un nuovo personaggio santacrocese. Oramai mi stavo abituando.
Buonasera signori, desiderate? disse il locandiere focomelico.
Una doppia per me ed il mio amico risposi.
Perfetto; fatemi la cortesia di seguirmi prosegu con riverenza.
Deambulando affannosamente ci accompagn ad una stanza tutto sommato decente.
Fanno due euro a notte.
"Un po' esoso - pensai - di braccino corto come si suol dire questo locandiere", ma stetti zitto e pagai senza tante storie. Se ne and.
Allora Guido - chiesi infine - che tipa era l'avvocatessa?
Eh, gl'era interessante. La tua invece?
Non so quale maledizione santacrocese si portasse dietro. Forse era solo un pochino pazzerella; ogni tanto attaccava a parlare in versi. O forse era uno dei rari esemplari di santacrocese normale.
Anche la mia, mi sa disse lui. Anzi, sai cosa, ora che ci penso? - prosegu - Forse il suo problema era che era troppo bella.
Il pi bello con la pi bella! esclamai.
Sai vero dove sto pe' mandatti?
Credo non in un bel posto.
Obbravo nini.
Buonanotte Guido.
Bona replic lui.
...
.
...
9.
...
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...
Il mattino seguente ci svegliammo con calma. Facemmo colazione alla locanda e dopo poco ci rimettemmo in marcia.
Camminammo fino all'autostrada e ci dirigemmo verso Pontedera, in direzione Livorno.
Mi torn in mente il discorso dei mercanti di Santa Croce che avevamo incontrato tempo addietro. Avevano detto che Pontedera era un'area pi problematica, ma non avevano specificato perch.
Secondo la nostra vecchia mappa era distante qualche ora di cammino da dove eravamo noi, quindi c'era poco da fare se non seguire la strada ed andare avanti.
Per fortuna il tempo era buono, e non si intravedevano nuvole insidiose all'orizzonte, quindi procedemmo senza particolari intoppi per vari chilometri.
Ad un certo punto da lontano vedemmo quella che sembrava una specie di barricata, con del fumo che saliva.
Non ero sicuro che fosse una buona idea proseguire, ma non c'erano svincoli, ed inoltre sembrava un posto di blocco ufficiale.
Dato che sospettavo che le persone l davanti ci avessero gi visto, cos come noi avevamo visto loro, andammo avanti, anche se con passo un po' incerto.
Arrivati ad una decina di metri, un uomo vestito con
abiti militari e con un vecchio fucile da caccia in mano ci intim di fermarci.
Dove andate? esord.
Siamo diretti a Livorno.
Perch?
Affari tagliai corto.
Avete i soldi del pedaggio?
Non sapevo servissero dei soldi per passare di l, ma ormai era tardi.
E quanto sarebbe questo pedaggio? chiesi.
Un euro.
E per un euro quali servizi accessori ci fornirete?
Il servizio che non ti spariamo! url un tipo da dietro.
Sembrava ragionevole come servizio, pensai.
Mi frugai in tasca, e mi accorsi che le nostre finanze cominciavano a scarseggiare.
Non c' un modo per evitare il pedaggio? chiesi.
A quanto pare, no rispose il tizio in mimetica di fronte a noi.
Guardai Guido. Lui alz le spalle.
Guardai di nuovo il tizio in mimetica, non si era mosso di un millimetro.
Beh - dissi allora - mi sa che sar per un'altra volta continuai un po' imbarazzato.
Ci voltammo e cominciammo a tornare sui nostri passi quando sentimmo di nuovo la voce del tipo in mimetica.
Sembra interessante codesta mappa.
Mi immobilizzai, e mi resi conto solo allora che per tutta la nostra conversazione avevo tenuto la mappa in mano.
Ah... s... - dissi voltandomi -  una vecchia mappa, anche un po' imprecisa a dire il vero...
Fammela vedere disse lui.
Perch?
Perch sono una persona curiosa e ogni tanto per caso mi parte un colpo.
Viste le sue nobili motivazioni decisi di fargli vedere la mappa.
La prese in mano e cominci a studiarla, prima dal verso sbagliato, poi da quello giusto. Infine se la mise in tasca.
Posso riaverla? chiesi.
Cosa?
La mappa...
Quale mappa?
Quella che ti s' appena dato! si intromise Guido.
Per tutta risposta, il gentiluomo in mimetica mise un colpo in canna, e ci sorrise.
Capii che nella nostra piccola questione la ragione non poteva essere che sua, quindi salutai calorosamente, e camminando piano, con circospezione ed all'indietro, mi allontanai, tirando verso di me anche Guido.
Quando fummo a debita distanza, Guido cominci ad urlare: Bella gente, vu' siete s, proprio bellini, proprio gentili davvero.
Intimai a quello scemo di stare zitto, ma lui insisteva: Brutte fave di lesso, deringuenti, facce di ... ma non fece in tempo a finire la frase che sentimmo sfrecciare sopra le nostre teste, ad un centimetro forse dalle tempie, dei pallettoni intriganti che cercavano di porre fine al nostro turpiloquio, e non solo.
Ci mettemmo a correre, ed in fretta, nella direzione dalla quale eravamo venuti.
Bella gente a Pontedera, s - imprecava Guido - Bella gente davvero. Brave, belle persone, gentili, educate, disponibili pure. Brutte facce di...
Calma Guido - dissi, cercando di interromperlo - In qualche modo faremo.
In che modo si fa, canaccio delle berve? Mi dici un po' ora senza mappa che si combina?
In effetti anche io ero un po' preoccupato. Sapevamo poco di tutta la zona, e senza mappe, nel caso avessimo dovuto abbandonare la strada principale, non avremmo saputo di preciso dove andare.
E quindi icch si fa? insistette Guido.
Ci pensai un attimo, alla fine risposi: Ce la riprendiamo.
Favina di lesso - obiett lui - Quelli ci sparano.
E noi andiamo quando non sparano.
Icch tu dici?
Dico che ripassiamo stanotte, quando sar buio. Non saranno tutti svegli, la notte.
Guido non sembrava convinto.
Ma qualcuno sveglio ci sar... obiett nuovamente.
E noi lo riaddormentiamo sorrisi.
Come?
Ci devo pensare ancora. Intanto aspettiamo la notte.
Mah.
Eravamo stati tutto il pomeriggio poco lontano da l, nascosti, a cercare di escogitare qualcosa.
Alla fine avevamo pensato ad un mezzo piano, del quale non eravamo totalmente sicuri, ma qualcosa dovevamo provare. La mappa ci serviva.
Mangiammo, aspettammo fino a notte fonda, e poi ci mettemmo all'opera.
Il cielo era coperto, quindi le tenebre erano dalla nostra.
Da lontano vedevamo la pallida luce del fuoco del posto di blocco. Non eravamo sicuri di quante persone ci fossero di guardia. Io e Guido ci dividemmo, come da accordi.
Lui prosegu sulla strada principale, io feci un giro pi largo e passai da dietro.
Il piano era semplice: aspettare. E aspettammo, ognuno al freddo nella posizione pattuita, che la nostra amica guardia se ne andasse un attimo "in bagno". Alla fine moll il suo posto e si allontan tra i cespugli l vicino.
Mentre il gentiluomo mingeva, sentii Guido che cominciava a fare la sua parte.
Inizi un gran baccano poco lontano. Questo svegli tutte le guardie; le vidi alzarsi ed affrettarsi in direzione del rumore per capire cosa stesse succedendo.
Anche quella che era vicino a me cominci a riabbottonarsi frettolosamente. Questo era il momento di agire, e non ebbi esitazioni. Impugnai saldamente il bastone che tenevo tra le mani, e scattai su di lui pi velocemente che potevo.
Mi vide all'ultimo istante, e non fece in tempo a prendere l'arma: aveva ancora le mani impegnate con i pantaloni, era totalmente alla mia merc. Avevo gi caricato il colpo avanzando, e quando atterr sulla sua nuca fece un forte rumore, simile a quello che avrebbe potuto fare un cocomero colpito con violenza.
Cadde a terra immediatamente.
Mi affrettai a frugargli le tasche. Ecco la mappa. Stavo per andarmene quando ci ripensai: presi anche il fucile e scappai verso il punto pattuito.
Missione compiuta.
Mi ritrovai con Guido tra gli alberi dove avevamo pianificato l'azione nel pomeriggio. Era notte fonda, ed eravamo entrambi abbondantemente sudati per la corsa a rotta di collo.
Come gl' andata? chiese lui tra un respiro affannoso e l'altro.
Non male risposi mostrando la mappa.
E quello? continu, indicando il fucile con un'aria sorpresa.
Visto che ero l...
Eh. Beh. Bah. A me codesti cos non  che piacciano parecchio obiett lui.
Magari ci torner utile.
Ma lo sai usare? chiese
Io no. Te?
Figurati - rispose - 'un so nemmeno da che parte si piglia codesto coso. Ma le cartucce perlomeno l'hai prese?
Mi ricordai solo allora della cartucciera che il tipo aveva a tracolla, e che avevo poco intelligentemente lasciato l.
Non risposi.
Va be', via gi, in qualche modo si far. Al limite si rivende.
O impariamo ad usarlo replicai sorridendo.
Tu ne fai parecchia di pratica con due colpi obiett lui, scettico come sempre.
Era in effetti una vecchia doppietta da caccia, ed aveva due colpi soltanto.
Insomma Guido, adesso abbiamo di nuovo la mappa, ed anche una vera arma nel caso ce ne sia bisogno. Credo non ci si possa lamentare. Penso che ci convenga allontanarsi ancora in modo da far perdere le nostre tracce.
Si potrebbe fare il giro largo propose Guido.
A sud dici?
Eh s. O tu preferisci ripassare dai nostri amici a i' posto di blocco pe' una visita di cortesia?
In effetti non era il momento di cortesie. Conveniva fare il giro largo, da sud. Come ci avevano detto precedentemente, Pontedera non sembrava una zona amichevole o sicura, perlomeno per noi.
Secondo la mappa per arrivare a Livorno da sud conveniva passare da Treggiaia e Ponsacco.
Fino a Treggiaia era tutto bosco, da l a Ponsacco sembrava essere invece una zona pi aperta.
Decidemmo di accamparci nel bosco in modo da poter dormire qualche ora, e poi al nostro risveglio ripartire. I nostri amici Pontederesi probabilmente non ci avrebbero trovato.
Zaini in spalla, ed ancora sudati per la corsa, ripartimmo in quella notte buia, che ormai volgeva al mattino.
Camminammo tra i richiami degli uccelli notturni, mentre vedevamo le prime luci dell'alba accendersi ad est.
L'aria era fresca, ma il camminare non ci faceva sentire il freddo.
Ben presto, quando ci fummo addentrati abbastanza nel bosco, decidemmo di piantare la tenda e dormire un po'.
Sarebbe stato necessario dormire a turno, con il fucile a portata di mano.
Decidemmo che il primo a restare sveglio sarei stato io.
Guido and a dormire, ed io mi appostai, fucile in mano, davanti la tenda. Ebbi modo di sentire gli uccelli della notte che piano piano lasciavano posto a quelli del giorno, mentre la luce cominciava a filtrare tra i rami degli alberi. L'odore del bosco  sempre piacevole, ed il fucile, nonostante non lo sapessi usare, mi dava sicurezza.
Non sembr un'attesa lunga, e dopo un paio d'ore andai a riposare anche io.
...
.
...
10.
...
.
...
Nel pomeriggio smontammo la tenda e ci mettemmo in cammino verso Treggiaia. Non era una tappa importante, essendo un paesino molto piccolo, ma era necessario per orientarsi.
Dopo qualche ora di cammino nei boschi raggiungemmo infine il punto indicato sulla mappa, e decidemmo di farci un giro pure l.
Dovemmo salire un bel po' per una ripida collina, ma alla fine, dopo aver attraversato un vecchio ponte di pietra, arrivammo in paese. Sembrava deserto.
Era pieno di vecchi edifici, perlopi diroccati ed infestati dalle piante. Vedemmo una chiesa che sembrava molto antica, ma per il resto nessun abitante.
Pensai che si trattasse di un paese completamente disabitato, ma ad un tratto vedemmo uscire da un vecchio portone un manipolo di persone piuttosto in l con gli anni.
Uno di loro portava una fascia estremamente logora a tracolla con sopra scritto "Sindaco". Rimanemmo abbastanza stupefatti di quell'incontro inatteso. L'anziano sindaco si rivolse a noi: O voialtri viandanti inattesiii che fate spola al nostro paesee spero invero che siate illesiii
salvi dal periglio pontederesee la foresta  piena di cinghialiii e bestie varie e pericolosee mai vedemmo qui viandanti in paiaaa salve eee benvenuti a Treggiaia! Cominciai a preoccuparmi seriamente. Guido mi fiss allarmato, e mi sussurr in un orecchio: Maremma maiala, non battono pari nemmen questi.
Cominciai a pensare alla fuga. Non sembravano armati n in grado di raggiungerci in un eventuale inseguimento.
Mi rassicurai un po' con questi pensieri, e decisi di chiedere al presunto sindaco come faceva a sapere che venivamo da Pontedera. Per quanto riguarda il discorso del peculiare saluto, decisi di glissare.
Salve a voi dissi alzando una mano piuttosto imbarazzato.
Anche Guido alz una mano con poca convinzione. Posso chiedervi come facevate a sapere che venivamo da Pontedera?
Mi preoccupai di un'eventuale risposta "per le rime", risposta che non tard ad arrivare: Non temete miei cari viandantiii siamo anziani, perlopi innoquiii a Treggiaia non ne passano tantiii ad ascoltare i nostri sproloquiii a Pontedera son tutti tiranniii quelli che scappano finiscono qui noi ci si annoia senza donnine ci si consola con le ottavineee.
Ecco spiegato il tutto. Questa banda di vecchietti chiaramente squinternati parlava normalmente in rima. Per quanto riguardava Pontedera, sembrava che non fossimo i soli ad aver avuto qualche problema.
Da un lato meglio cos. Pareva che avessimo finalmente trovato della gente comprensiva, anche se in foggia di uno sparuto gruppo di anziani un po' fuori di melone.
Sempre proseguendo per le rime, ci invitarono a cena.
Avevano imbandito una tavolata nel mezzo al paese. C'era il vino e l'atmosfera era gioviale, sebbene strana. I vecchietti non parlavano proprio sempre in rima, ma si sfidavano spesso in quelle che loro chiamavano "gara di ottavine".
Nonostante tutto fu divertente. I treggiaiesi raccontavano vari aneddoti sulla loro giovinezza, che poi era solo relativamente lontana, perch le radiazioni, che non se ne erano mai andate davvero via del tutto, facevano invecchiare pi velocemente.
Scoprii che ce ne era addirittura uno che aveva visto cadere le bombe, ma era il pi squinternato di tutti, e non riuscii a capire niente di quello che mi diceva. Lasciai perdere e decisi che in futuro avrei chiesto a qualcun altro.
Ci stavamo dando dentro col vino, e siccome mi avevano assicurato un posto per la notte non me ne preoccupavo pi di tanto.
Sentii presto la necessit di andare in bagno, e mi addentrai nel boschetto l vicino.
Quando tornai mi controllai le tasche e mi accorsi che la mappa non c'era pi.
Guido, l'hai presa te la mappa?
None, perch?
Il panico cominci a salire. La dovevo aver persa da qualche parte tra Pontedera e qui.
Era un macello. Non conoscevamo la zona, e tornare indietro a cercarla era fuori discussione, avevamo attraversato i boschi e a malapena ricordavamo il tragitto.
Ero disperato. Un vecchietto, piuttosto sbronzo, si accorse della mia inquietudine, e si rivolse a me:
Straniero non essere corrucciatooo qui si beve, si mangia e si scherzaa
io non so icch tu hai rimembratoo tu hai una faccia da fava lessaaa
a dilla tutta tu sembri un ingratooo e tu rovini il clima di festaa dai su parla e dicci il problemaaa noi in qualche modo ti si sistemaaa! Ho perso la mappa tagliai corto. Che mappa?
Avevo una mappa della zona e non la trovo pi. Devo averla persa da qualche parte per la strada.
ICCH TU HAI FATTO!? interloqu Guido.
Il vecchietto mi guard con lo stesso sguardo con cui si osserva un bambino scemo. Poi si alz in piedi, calice in mano, e ricominci a declamare:
Lui ha perso la mappa della zonaa ora c'ha la faccia da fava lessaa ma c' una cosa che lui ignoraa la nostra giovin e grande promessaaa la nostra guida abile e nuovaaa realizzer la loro impresaa lui diverr il vostro appigliooo ve lo presento, si chiama Virgilioo! Non ero meno preoccupato di prima. Chiss quale vecchio rincoglionito ci avrebbero appioppato adesso. E dove sarebbe questo Virgilio? chiesi. Lui dice che si nota di pi quando non c', quindi stasera non  venuto. Forse  a studiare qualche mappa.  sempre a studiare il nostro bravo Virgilio disse il sindaco. E quindi cosa facciamo?
Ve lo mando a chiamare. Nedo, chiama Virgilio. Nedo si schiar la voce: Virgiliooo! url.
Ci fu qualche secondo di silenzio. Dopo poco, una porta pi avanti si apr lentamente. Ne usc un bell'imbusto, alto rispetto a noialtri, poco sopra i vent'anni, che camminava a pugni stretti con un'andatura decisa, vestito con pantaloni militari, anfibi ed una maglia verde attillata.
Che c'? apostrof lui.
Questi signori si sono persi.
Ed io cosa gli dovrei fare? chiese.
Credo gli farebbe piacere se li aiutassi ad arrivare a destinazione.
Dove dovete andare?
Livorno risposi.
Virgilio ci pens un po', guardandosi intorno. Alla fine disse: Va bene. Mi ero rotto di stare qui. E un po' che non mi facevo un giro. Partiamo domattina.
I vecchi alzarono i calici ed applaudirono. Non capivo bene il perch di tanta giovialit, ma decisi di non pensarci. Dopo un po' decidemmo di andare a letto, e ci accompagnarono in una delle tante case disabitate del paese per passare la notte. Mettemmo in ordine la nostra roba e ci addormentammo su dei materassi rotti.
...
.
...
11.
...
.
...
Dormivamo gi da ore, e fui svegliato da un urlo: OOH! OOH! MA CHE...
Mi voltai di scatto. CRISTOSAN...
Virgilio era l in piedi, immobile, che ci fissava. I battiti mi pulsavano nelle tempie. Era entrato nella stanza e non l'avevamo minimamente sentito.
Si parte tra un quarto d'ora tagli corto lui.
Feci un gran sospiro e mi lasciai ricadere sul materasso. Quel ragazzo era strano. Mi era quasi venuto un infarto.
Fuori c'era a malapena il sole, era giorno da pochissimo. Che levataccia, soprattutto dopo tutto il vino della sera prima.
Non perdemmo tempo, raccogliemmo tutta la nostra roba ed uscimmo di casa.
Quello gl' scemo disse Guido.
Non ti preoccupare, - cercai di rabbonirlo io - l'importante  che ci sappia portare fino a Livorno sani e salvi.
Se 'un c'ammazza prima.
Se quei vecchietti bonari si fidano cos di lui, tanto male non sar.
I vecchietti 'e son rincoglioniti.
Non ti va bene niente, eh?
Guido sbuff dicendo qualcosa di incomprensibile.
Pronti? sentimmo chiedere dalle nostre spalle.
Virgilio era gi tornato e non l'avevamo sentito per la seconda volta. La situazione cominciava a diventare snervante.
Partiamo subito? chiesi.
Subitissimo rispose lui.
Signor Virgilio - lo apostrof Guido - non vorrei sembra' scortese, ma lei la strada la sa, perlomeno, maremma maiala?
Virgilio non batt ciglio: Partiamo immediatamente. Verso mezzogiorno dovremmo essere a Lari, poi Lorenzana, San Giusto. Accampamento nei pressi di San Giusto stasera alle diciannove. Proseguiamo lungo Valle Benedetta, Limoncino. Arrivo a Livorno alle venti di domani sera.
Sembra che tu sappia il fatto tuo, Virgilio. Posso darti del tu, vero?
No. Partiamo.
Io e Guido ci guardammo decisamente perplessi. Perlomeno per sembrava conoscesse la zona.
Dopo un'ora di cammino, che era stato rallegrato principalmente dalle bestemmie di Guido che inciampava con le sue ciabatte rotte, decisi di provare a fare un po' di conversazione.
Signor Virgilio,  molto che abita a Treggiaia?
No, mi ci sono trasferito da poco. Ho girovagato per un po', poi ho deciso di stabilirmi temporaneamente l. Ah...
Sono originario di Livorno prosegu.
Capisco. Come mai ha deciso di andarsene via?
Il pesce puzza. Ah...
Credo facesse riferimento al fatto che Livorno era un porto, forse non gli piaceva l'aria di mare.
Di cosa si occupa lei, Virgilio?
Sono una guida rispose.
Come si diventa una guida, signor Virgilio?
Si gir di scatto: Non tutti possono diventare delle guide.
Certamente - assentii io, un po' perplesso - intendevo dire, ha fatto degli studi specifici?
Mio padre aveva una raccolta dei manuali del Touring Club e diversi numeri di Focus, pi qualche lettera dell'enciclopedia in volumi.
Non avevo idea di cosa stesse parlando. Ad un tratto indic un albero pieno di spine.
Quella  una Robinia Pseudoacacia, della famiglia delle Fabaceae, originaria dell'America del Nord e naturalizzata in Europa. Ah...
Si possono notare le sue tipiche foglie imparipennate, lunghe fino a trentacinque centimetri con foglioline ovate non dentate lunghe fino a sei centimetri, con apice esile. Aperte di giorno, la notte tendono a sovrapporsi.
Ah...
Quello - indicando un altro albero -  un Ailanthus Altissima, detto albero del paradiso o ailanto. E' una pianta decidua appartenente alla famiglia delle Simaroubaceae e, a differenza di altri membri del genere Ailanthus,  diffuso in climi temperati anzich tropicali.
Molto interessante mentii tossendo.
Quello invece - continu -  un Pinus pinaster, detto volgarmente Pino Marittimo. Aumenteranno in quantit via via che ci avvicineremo alla costa.
Finalmente un'informazione utile, pensai.
Continuammo a camminare per quelle che sembrarono ore in quasi assoluto silenzio.
Arrivammo al paese di Lari, che sembrava non ospitare
nessuno. Sentivamo solo l'abbaiare di alcuni cani. Credo fossero gli unici abitanti del paese, a giudicare dallo stato degli edifici e dall'abbandono generale.
Il mio zaino pesava, e riuscivo a sudare nonostante il freddo di quella mattina di tardo inverno, che passammo camminando tra boschi e ruderi.
Vedevo che anche Guido sudava, sotto il peso del borsone con la tenda, che adesso conteneva anche il fucile. Non avevamo detto niente del fucile a Virgilio, perch non eravamo molto sicuri delle sue intenzioni. Sembrava un tipo affidabile, ma lo era veramente? I vecchi sembravano fidarsi di lui, ma perch erano felici che se ne stesse andando? Aveva causato qualche problema?
No... probabilmente no, sembrava troppo ben voluto. Decisi di azzardare un dialogo per capirci qualcosa di pi.
...e quindi signor Virgilio cosa fa di preciso a Treggiaia? Di cosa si occupa?
Ah - disse lui un po' sorpreso - niente di che. D una mano qua, una l... studicchio...
Quindi diciamo tuttofare?
Qualcosa di simile. Aiuto, e mi va bene, perch i vecchi mi danno da mangiare e mi resta un sacco di tempo per affinare la mia formazione.
Capisco. La formazione da guida, giusto? S.
I treggiaiesi sembravano particolarmente felici della sua partenza, come mai?
Credo perch sanno che a stare fermo a lungo mi annoio. Penso anche che in realt un po' gli dispiacesse della mia partenza. Sono l'unico davvero in grado di svolgere lavori di fatica, l.
S, certo.
Continuai a camminare in silenzio. Forse le cose non
erano poi cos strane. Sembrava un tipo bizzarro, ma affidabile.
Il sole era alto nel cielo, ma cominciava a declinare. Doveva essere passato mezzogiorno da un po', mi accorsi di aver fame.
Ne parlai con gli altri e decidemmo di fermarci per mangiare. Eravamo nei pressi di Lorenzana secondo Virgilio, ed in effetti vedevo, a circa un chilometro di distanza, un paesino posato su una morbida collina, placido e tranquillo. Dalla radura nel boschetto dove eravamo si intravedeva quel grumo di case, con intorno piantagioni di olivi e piccoli orti. Sembrava abitato. In cima c'era una vecchia chiesa, con un bel campanile. Da vicino sembrava simile a Treggiaia.
Udii una specie di colpo su un albero a pochi metri da noi e vidi volare via un pezzo di corteccia. Poi sentii un forte boato riecheggiare tra le colline.
Ci sparavano.
Non ci voleva molto per capire che era il caso di levarsi di l.
Per non far rumore Virgilio ci indic in fretta la direzione a gesti. Ci affrettammo il pi possibile tra gli alberi, cercando di frapporli tra noi ed i lorenzanesi.
Quando fummo a diverse centinaia di metri di distanza, nel bosco, chiesi a Virgilio cosa stesse succedendo.
A volte nei paesi, in tutti i paesi da queste parti, arrivano delle bande di briganti che cercano di razziare il possibile.
E quindi? domandai.
E quindi per un po', nel dubbio, i paesani sparano a tutti quelli che arrivano.
Perch ad Empoli questi gruppi non arrivano mai?
Perch probabilmente ad Empoli, caro il mio signore, non c' un cavolo nulla da razziare.
Ci pensai un attimo. In effetti era vero. Non interessavamo nemmeno ai briganti. Perch ai russi s?
Decisi di pensarci pi avanti.
Adesso cosa facciamo?
Ci spostiamo un altro po' e mangiamo. Poi facciamo una tirata fino a Parrana San Giusto, ed infine ci accampiamo a Valle Benedetta, al vecchio osservatorio astronomico.
Percorremmo dei grandi boschi di pioppi. L'aria era fresca, e dagli alberi provenivano richiami di uccelli di ogni tipo. Ne vidi uno su un albero, immobile, che ci fissava.
Quella  una ghiandaia, Garrulus glandarius - disse Virgilio - appartenente al genere delle Corvidae, piumaggio marrone-rosso, penne remiganti e timoniere nere, dalle copritrici alari azzurre.
Io e Guido ci guardammo con uno sguardo carico di mancanza di interesse.
Le foglie erano un po' umide e sembrava di camminare su un tappeto. Il sole a volte riusciva a filtrare dagli alberi. Nonostante tutto era pi piacevole rispetto a stare tra le macerie di Empoli.
Continuammo a camminare a lungo, in silenzio. Poi Virgilio lo interruppe: Siamo arrivati a Parrana, famosa, si fa per dire, per la sua Parrocchia di San Giusto. Ci accamperemo qui per il pranzo.
Ci avvicinammo piano alla chiesa. Non c'era granch intorno, ma ad un certo punto scorgemmo un orto. Ovviamente era un segno che qualcuno abitava l vicino.
Eravamo davanti alla chiesa e ci stavamo chiedendo se non fosse il caso di andar via anche da l, quando dal portone principale usc un uomo.
Non era molto alto, ed aveva pochi capelli brizzolati, portati in maniera piuttosto confusa.
Aveva un camice, probabilmente bianco un tempo, macchiato completamente di schizzi rossi.
Il fucile era nella borsa, e piano piano cominciai a cercare di aprire la cerniera. Virgilio mise mano al coltello che portava con se.
L'uomo alz lentamente un braccio. Aveva qualcosa in mano. Mi preoccupai, ma poi mi accorsi che era un pennello.
Salve, disse con lentezza.
Buongiorno disse Virgilio.
Silenzio.
Virgilio prosegu: Stavamo cercando un posto dove mangiare in pace.
Ah, s... disse il tipo.
Ancora silenzio. Poi prosegu.
Mangiare... S, mangiare. E normale mangiare.
Ci guardammo incuriositi. Parlava davvero lentamente.
 possibile rimanere qui? - chiesi - Non diamo fastidio?
Il tizio ci fiss per un po', poi prosegu: Eh. Mangiare. Mi piace mangiare. Voi ora mangiate?
Cominciai ad innervosirmi.
S, mangiamo. Vuole unirsi a noi?
Mangiare... adesso... e perch no?
O  drogato o  ubriaco, pensai. Forse entrambe.
Come si chiama?
Car-mi-ne rispose scandendo le sillabe.
Loro sono Guido e Virgilio. Non abbiamo pi molto, le provviste scarseggiano dissi sorridendo nervosamente.
Mangiare... - disse lui - Mangiare s... mangiare no... dopo mangiamo. Venite dentro ci fece un gesto con la mano.
All'esterno era una vecchia chiesa, non molto grande, di colore tenue. Intorno c'erano dei cipressi. Entrammo con cautela.
Era ancora illuminata dalla luce che proveniva da fuori.
Carmine, con una lentezza estrema, prese una candela. La candela gli cadde di mano. La raccolse. Poi prese un fiammifero. Impieg venti secondi buoni per accenderlo, riprovando diverse volte. Poi avvicin il fiammifero alla candela, come se stesse eseguendo un'operazione chirurgica. Anche questo richiese un tempo immemore. Per qualche motivo mi venne spontaneo guardare l'orologio. Lui non ci fece caso. Infine, la candela fu accesa.
Se la avvicin al volto, illuminando degli occhiali dalla montatura argentata, rotti. Poi, sorridendo, disse: Io, dipingo.
Mmm mmm... fece Virgilio.
Dipingo... cose.
Gi... dissi io, guardandolo. Lui mostr un sorriso piuttosto sdentato. Poi si mise a ridacchiare. Io cominciai ad aprire la borsa col fucile, poi mi accorsi che, nonostante il rumore ed il fatto che glielo mostrassi, lui non ci faceva caso. Lasciai perdere e richiusi la borsa, rumorosamente.
Carmine divenne pi serio e si avvicin ad una delle pareti. Notammo che c'era un quadro appeso.
Questa qua - disse Carmine -  la Madonna.
Una volta avevo un libro in casa. I 1000 dipinti da vedere prima di morire si intitolava. Ricordo che c'era questo pittore, mi pare si chiamasse Cavaraggio o qualcosa di simile. Insomma, me lo ricordava un po'.
C'era questa immagine, a forti chiaroscuri. Era una raffigurazione della Madonna.
Aveva le mani unite, in posizione di preghiera. Gli occhi erano rivolti verso l'alto, sembrava inginocchiata.
Dietro di lei non c'era la luce azzurra come nei dipinti delle altre chiese. La luce era verde, una gradazione tra il marcio ed il fluorescente.
Questo qui si chiama La Madonna Addolorata Nucleare disse Carmine parlando lentamente e scandendo bene le parole. Poi ridacchi un po'.
La chiesa era di per s scura, Carmine sembrava fuori di cervello ed i suoi dipinti erano quantomeno grotteschi. Ma non aveva finito.
Si allontan dalla sua Madonna e ci fece cenno di seguirlo. Dopo pochi passi si ferm nuovamente, c'era un altro dipinto.
Questa volta il soggetto era un Cristo in croce.
Era la tipica posa del Cristo, accasciato sulla croce, braccia aperte, testa lievemente reclinata, occhi quasi ribaltati dalla sofferenza. Ai suoi lati, crocifissi insieme a lui, c'erano due uomini in giacca e cravatta. Dietro la scena un fungo atomico gigantesco.
Questo qua si chiama Ges crocifisso con i Malfattori.
Pensandoci un po', la sua produzione artistica aveva quasi senso. I due uomini ricordavano un po' quelli ritratti nelle vecchie foto di politici.
Finimmo il giro. C'erano anche le vite dei santi. C'era San Pietro che al suo passaggio guariva gli storpi con l'ombra. L'ombra derivava dalla luce di un'esplosione in lontananza.
Poi c'era un dipinto di San Francesco che parlava con degli esseri met animali e met uomini. C'era un personaggio dalle forme umane e dal volto simile ad un cinghiale, un altro simile ad un fagiano col becco deforme, altri personaggi storpi non ben definiti, un uomo dalle gambe equine, e cos via.
Sullo sfondo c'era una specie di mare di cadaveri, bianchi e grigi, nelle pose pi disparate. Sopra di essi, ridente e festosa, c'era la Morte che cavalcava un pony dalla coda arcobaleno.
Ne avevamo abbastanza. Carmine si gir verso di noi sorridendo, e disse: Mangiamo?
Uscimmo fuori.
La luce della sera era confortante. Fuori gli uccelli cantavano, gli ultimi raggi di sole erano caldi, tirava una lieve brezza.
Tirammo un sospiro di sollievo.
Mangiamo? chiese ancora Carmine, con gli occhi che gli brillavano.
Ci mettemmo a sedere ad un tavolaccio l vicino. Tirammo fuori le poche provviste rimaste, ed il nostro pittore ci si avvent con bramosia, che nel suo caso corrispondeva alla velocit di una persona normale.
Poi cominci a mangiare con la solita lentezza esasperante.
Signor Carmine - dissi - cosa fa di preciso qui?
Eh rispose.
Silenzio.
Dopo vari secondi, a bocca piena e senza guardare nessuno, disse: C'ho l'orto.
Ah risposi.
E dipingo disse lui, addentando un pezzo di carne essiccata.
Gi... dissi, e ci fu uno scambio di sguardi con gli altri.
Carmine, c' modo di dormire qui da qualche parte? chiese Virgilio.
Ess.
Ah, perfetto.
Silenzio.
Dove di preciso? chiese Virgilio un po' innervosito.
Eh... lass rispose Carmine indicando l'alta collina l accanto.
Cosa c' l?
C' il vecchio osservatorio. Astronomico. Lo usano i pastori per le pecore. Adesso non c' nessuno.
Virgilio ci guard entrambi e si mise a parlare sottovoce:
Potrebbe essere una buona idea. L  in alto e possiamo accorgerci di eventuali arrivi inattesi.
Sono circa... due chilometri disse Carmine.
Facciamo quest'ultimo sforzo? chiese Virgilio.
Via, gi, facciamolo disse Guido.
La cena fin in silenzio. Carmine disse che andava "a fare la pennichella". Entr in chiesa. Non mi sembr nemmeno tanto strano che dormisse l.
Rimettemmo in borsa le nostre cose e ripartimmo.
Fu necessario fare una discreta salita tra i boschi, ed un po' di sali e scendi prima di arrivare all'osservatorio, ma dopo circa un'ora eravamo l.
Era una vecchia struttura un po' diroccata, ma ancora agibile.
C'era una grossa semisfera bianca, nel punto pi alto, che non sapevo minimamente a cosa potesse servire.
Mi misi a bighellonare nel piazzale adiacente, e mi accorsi che avevamo davvero una buona vista su tutta l'area circostante, per chilometri.
Guardai ad ovest, e per la prima volta in vita mia lo vidi.
Era quasi notte, ed intravedevo una distesa blu scuro dispiegarsi all'orizzonte, attraversandolo tutto, da un lato all'altro del mio campo visivo. In quel momento si alz un vento tiepido, da ovest verso est, e mi arriv un odore che non avevo mai sentito prima, un odore frizzante e pungente che mi piacque molto.
Vidi il sole che si tuffava dentro quella distesa, sulla quale era proiettato il suo riflesso arancione. Il cielo al di sopra aveva sfumature rosse e viola.
Era il mare.
Che puzzo di pesce afferm Virgilio, lapidario.
Guido si un a me e per qualche minuto continuammo a guardare l'orizzonte. Anche lui non l'aveva mai visto prima.
Venite dentro disse Virgilio dall'interno dell'osservatorio.
Un po' a malincuore abbandonammo quella vista ed entrammo.
Cominciammo a sistemare le nostre cose e a prepararci per la notte, facendo un giaciglio con le foglie. C'era addirittura un vecchio materasso in terra, e odore di capre ovunque, proprio come ci aveva detto il pittore folle poco prima.
Ci accasciammo sui giacigli e ben presto dormivamo tutti.
...
.
...
12.
...
.
...
Ci alzammo riposati dopo la notte al vecchio osservatorio. Le cinghie delle borse cominciavano a far male, e fu piuttosto doloroso caricarsi nuovamente tutto in spalla. Cominciavo a nutrire dubbi sul buon risultato del viaggio. Gliene sarebbe fregato qualcosa ai livornesi dei problemi di Empoli?
Da una parte Empoli faceva comodo anche a loro. Era a met strada tra Livorno e Firenze, e un'occupazione del vecchio nemico avrebbe potuto complicargli le cose in futuro.
Avevamo ripreso a camminare, ed ero immerso in questi pensieri, quando sentii Guido bestemmiare.
Mi voltai indietro e gli chiesi cosa fosse successo, e lui, indicando la ciabatta, spieg, iniziando con un "maremma maiala": S' rotta.
Un bel problema. Non avevamo niente per sostituirla e, nonostante i calzini, non sarebbe stato facile camminare tra pietre e sterpaglie.
Guido bestemmiava aspramente, e stavamo pensando a come risolvere la situazione, quando, da dietro una curva, vedemmo arrivare un individuo.
Aveva un bastone in mano con in cima il simbolo di un trifoglio, e ci venne incontro aprendo le braccia.
Vidi Virgilio che metteva mano al coltello.
Salve figliuoli salut.
Era vestito con una specie di saio di sacco, legato in vita con una corda.
Siate benedetti, o voi che vagate in questo bosco sacro.
Bosco icch? lo interruppe Guido.
Bosco sacro. Non sapete niente, siete non-forestieri immagino.
'un c'ho capito nulla disse Guido.
Non vivete qui nella foresta, immaginavo. Oggi per noi  una ricorrenza sacra, e camminando in questi boschi, che abbiamo avuto in concessione dalla Natura, pure voi dovete rispettare le nostre tradizioni.
Quindi cosa dovremmo fare? chiese Virgilio.
Intanto adornate i vostri capelli con questi trifogli, e seguitemi.
Sentimmo qualcosa muoversi tra i cespugli l vicino, e ci spaventammo, guardandoci tra noi.
Forse era una buona idea assecondare il tizio.
Aveva i capelli pettinati in maniera simile a quelli del prete di Empoli, e parlava con la sua stessa inflessione.
Quello che non mi era ben chiaro era questa storia dei trifogli.
Ce li mettemmo in testa, come consigliava lui, e subito dopo uscirono dai cespugli tre individui, due uomini ed una donna, vestiti in abiti molto colorati, con i capelli che sembravano molto sporchi, ed acconciati in una maniera che ricordava delle corde o qualcosa di simile.
Alcuni avevano degli anelli sui capelli o dei bulloni, una cosa che non avevo mai visto prima.
Erano armati con dei coltelli, ed uno di loro si portava dietro un grosso mazzuolo.
Seguitemi - prosegu quella specie di prete - vi porteremo al nostro villaggio.
Camminavamo dietro di lui nella foresta, e notai che
usava il bastone per cercare la strada, come fanno i ciechi. Inciampava anche abbastanza spesso.
Arrivammo in uno spiazzo nel bosco. L c'erano diverse casette, tutte in legno, un po' storte.
C'erano molte decorazioni colorate appese alle case, ed al centro del piccolo spiazzo una specie di altaretto con un fuoco sopra.
Benvenuti nel nostro villaggio, Mitropoli. In questa giornata di gaudio festeggiamo il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. In questo giorno il nostro santissimo Mitra  sceso agli inferi e tornato al mondo dei vivi. Sia lode a Mitra!
Amen risposero gli abitanti svogliatamente.
Qui noi non uccidiamo poveri animali e non mangiamo carogne. Qui viviamo in armonia con la natura e ci cibiamo di quello che il nostro bosco ci offre. Solo prodotti bio, come i nostri avi ed i loro avi prima di loro.
Non sapevo cosa fossero questi prodotti bio, ma vidi Virgilio che lo guardava piuttosto male, mentre Guido aveva chiaramente un'espressione di uno che non sta capendo molto.
Vi prego di partecipare al nostro pasto mattutino, che ci fornir le energie vitali per la dura giornata che ci attende.
Il sacerdote ci accompagn al centro del villaggio, dove c'era questa specie di altarino e varie sedie in legno.
Ci sedemmo insieme ai tipi di prima ed altri abitanti del villaggio.
Il prete prese in mano dei pezzi di pane, e declam: Queste gallette da colazione, pasto pi importante della giornata, le dedichiamo a te Mitra, affinch divengano per noi cibo di salvezza.
Poi, mancando la presa diverse volte e brancolando un po' a caso, prese in mano una bottiglia graffiata con dentro un liquido giallognolo, e disse: Questo succo bio, frutto dei
peri e del lavoro dell'uomo, lo dedichiamo a te Mitra, affinch diventi per noi bevanda di salvezza.
Amen dissero gli abitanti.
Io e gli altri ci guardammo un po' perplessi, mentre lo strano sacerdote distribuiva succo e gallette. Non erano particolarmente schifosi, e li mandammo gi.
Adesso che le nostre energie vitali sono state ripristinate dopo la nera notte, comincino i preparativi per la Festa della Rinascita!
Chiesi al prete, o come lo si voleva chiamare, cosa fosse questa Festa della Rinascita.
Settanta anni or sono - inizi - in questo giorno sacro, i doni di Mitra caddero dal cielo e posero fine all'oscurit che avvolgeva il genere umano. Noi quest'oggi, secondo tradizione, festeggiamo tale evento sacro. Il passaggio dall'oscurit alla luce, la morte del freddo invernale e l'avvento della primavera.
Cosa intende per "doni di Mitra"? chiesi.
I suoi splendenti doni, che posero fine all'umanit triste e corrotta e fecero iniziare, tramite il loro bagliore, una nuova, luminosa era.
Capii che si riferiva alle bombe.
E quindi quando caddero questi doni di Mitra?
Il santo giorno del 21 marzo 2037. Oggi  il 21 marzo dell'anno 70 della nuova era, l'era della luce. Oggi festeggiamo i settanta anni dai doni.
Quindi, pareva che questa specie di trib con strane abitudini alimentari e religiose considerasse lo scoppio della terza guerra mondiale un dono, bombe comprese, anzi, in particolare le bombe.
Cominciavo ad annoiarmi. Non provavo interesse per questi tipi e le loro strambe credenze, e quindi guardai Virgilio, che sembr intuire i miei pensieri.
Va be', grazie di tutto signor sacerdote. Noi, col vostro permesso, continueremmo il cammino dissi.
Non rimanete per i grandi riti di stanotte?
E qui Virgilio, col suo caratterino, fece un piccolo errore.
Non ce ne frega veramente niente disse.
Il sacerdote strabuzz gli occhi, che mi accorsi essere molto opachi, probabilmente era cieco o quasi.
Come sarebbe a dire che non ve ne frega niente!? Voi state insultando noi e l'Altissimo!
Non ce ne frega niente. Eppoi a me piace la carne, stasera voglio mangiare cinghiale prosegu Virgilio.
Il prete, o come lo si voleva chiamare, batt per terra il bastone un paio di volte, ed i tre individui di prima, che erano vicini, scattarono verso di noi e ci puntarono le armi contro.
In maniera non particolarmente gentile ci tolsero tutto tranne i vestiti e ci "scortarono" dentro una casetta angusta, senza finestre, una specie di rimessa.
Bloccarono la porta da fuori. Provammo a prenderla a spallate ma niente, sembrava l'unica cosa solidamente costruita di tutto il villaggio. Dopo un po' ci arrendemmo.
Dentro era buio, ma sentivamo lo stesso gli abitanti ed il prete parlare, anche se non capivamo cosa stessero dicendo.
Rimanemmo per ore l dentro, e Guido alla fine si addorment. Io e Virgilio rimanemmo svegli, per niente tranquilli.
Dagli interstizi tra le tavole del misero abituro filtrava un po' di luce, e dopo alcune ore capimmo che era ormai tramontato il sole.
Fuori, nel frattempo, il brusio aument, fino a quando non sentimmo battere alla porta.
La porta venne aperta, e vedemmo gran parte del villaggio all'ingresso, quasi tutti con delle armi in mano, che ce le puntavano contro.
Il sacerdote, alzando in aria il bastone, ci intim di seguirlo. Il fuoco al centro del villaggio era acceso, ed intorno ad esso c'erano tre pali con accatastati sotto paglia e pezzi di legno. Sembrava materiale da ardere.
A causa dei gravissimi crimini perpetrati contro di noi, il nostro buon Mitra e l'alimentazione bio, condanniamo questi non-forestieri alla morte per mezzo del fuoco purificatore!
Amen! grid la folla, che sembrava improvvisamente aver ripreso brio e vitalit.
Ci legarono ai pali, mentre il sacerdote pronunci queste parole: Per le sacre scritture, le sante pagine provenienti dai siti di controinformazione tramandateci dai nostri avi, ti ringraziamo, o Mitra!
Amen!
Vidi che teneva in mano alcuni fogli, sporchi ed ingialliti, di provenienza ignota.
Per il sacro culto, trasmessoci dai nostri avi secondo il vvv, come da tradizione, ti ringraziamo, o Mitra!
Amen!
Gli "amen" crescevano di intensit ad ogni nuova scempiaggine. Guardai Virgilio nella speranza che almeno lui ci stesse capendo qualcosa, ma scosse la testa ed alz le spalle.
Per questo sacro fuoco, simbolo della purificazione dall'era dell'oscurit, per i doni di Mitra scesi dal cielo a portare la salvezza settanta anni or sono, noi ti ringraziamo!
Amen!
Nonostante la nostra vita fosse in pericolo cominciavo quasi ad annoiarmi.
Dall'altro lato del villaggio vidi avvicinarsi un uomo incappucciato con una torcia in mano.
Adesso Giovanni, nel ruolo del portatore di luce, accender le pire purificatrici, che in questa santa notte sono poste al di sotto di esseri indegni dei tuoi doni, o Mitra.
Capii che gli esseri indegni eravamo noi, e che probabilmente sarebbe finita male.
Addio ragazzi dissi.
Mentre il "portatore di luce" avanzava sentimmo un forte boato, e tutti si voltarono.
Vidi, a diverse decine di metri, una serie di uomini vestiti in abiti militari. Si misero ad urlare: Avete rotto le palle con queste stronzate, brutti rincoglioniti!
Sentii una botta in testa, ed  l'ultima cosa che ricordo.
...
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13.
...
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...
Mi risvegliai nella rimessa. Gli altri non c'erano, la porta era socchiusa. La aprii piano, e la luce del sole mi inond, facendomi chiudere gli occhi. Tutto intorno i fuochi della sera prima erano spenti, ed al loro posto si alzavano sottili fili di fumo.
Gli abitanti sembravano spariti, ed una casa era bruciata. Mi voltai, e vidi sulla destra i miei due compagni, insieme al gruppo di uomini in divisa della sera prima. Sembrava una scena cordiale, da lontano pareva che stessero mangiando. Decisi di avvicinarmi, con cautela.
Salutai. Gli uomini in divisa salutarono di rimando, e mi spiegarono che erano di Livorno, e per "ordini dall'alto" stavano facendo un giro di pattuglia.
Conoscevano gli abitanti del villaggio e normalmente non ne erano impensieriti, ma avendo sentito urla e visto i fuochi avevano deciso di avvicinarsi.
Una volta scoperta la questione del sacrificio (o linciaggio), erano intervenuti.
Mi spiegarono che qualcuno nella ressa mi aveva tirato un colpo in testa, e che ci avevano tratto in salvo dopo aver disperso la folla sparando. La casa era bruciata per errore, e gli abitanti erano fuggiti. Probabilmente sarebbero tornati alla spicciolata nei giorni successivi, ma per ora non c'era da preoccuparsi. Avevano anche ritrovato la nostra roba.
Tutto ok ragazzi? chiesi ai miei due compari.
S' mangiato disse Guido.
Anche piuttosto bene continu Virgilio.
Parlammo un po' con quelli che scoprimmo essere veri e propri soldati, che ci dissero che avrebbero terminato il giro di ronda per poi tornare a Livorno. Rimanemmo per un po' a parlare, e ci spiegarono diverse cose.
Ci dissero che durante la guerra sulla citt era caduta una testata nucleare. Pare che il missile fosse un vecchio modello da pochi kilotoni, ma il centro era stato totalmente spazzato via, e rimanevano varie sacche di radioattivit residue.
Al posto del centro della citt, nonostante gli anni trascorsi, c'era un cratere di un centinaio di metri, che era diventato un piccolo lago, incredibilmente tossico. Nessuno si avvicinava l; la popolazione viveva in quello che chiamavano "l'anello esterno", ovvero a circa un chilometro dal centro.
Livorno era rimasta carbonizzata dall'esplosione, compresi i suoi abitanti. Le vittime erano state stimate in circa sessantamila solo al momento dell'impatto, pi tutti i feriti e i morti dei giorni successivi.
I numerosi depositi di combustibili fossili e le raffinerie tutto intorno erano ovviamente esplose. Questo aveva fatto sommare all'inquinamento da radiazioni anche un inquinamento chimico che era durato anni. Il vecchio porto era, per gran parte, zona interdetta per via delle sacche di radioattivit residua, cos come molte altre zone in citt.
La popolazione, che si era letteralmente vaporizzata al momento dell'esplosione, era stata rimpiazzata molto tempo dopo da chi abitava nelle zone limitrofe. Negli anni si erano riorganizzati e, grazie all'aiuto dei pochissimi sopravvissuti, avevano ripreso il controllo della citt.
Adesso Livorno contava qualche migliaio di abitanti, ed era guidata da una specie di sindaco o coordinatore, chiamato Vezio.
Dopo averci dato queste informazioni ci dissero che avrebbero continuato quello che loro chiamavano "giro di controllo". Li salutammo e li ringraziammo per tutto.
Nonostante fossi ancora un po' rincoglionito dalla sera precedente decidemmo di rimetterci in marcia. Ci rimanevano da percorrere pochi chilometri, e da attraversare un paio di paesini un tempo inglobati dentro la citt.
Ci incamminammo su quella che un tempo doveva essere una vecchia strada asfaltata, che passava attraverso il bosco. C'erano dei pini molto alti tutto intorno, e come ci fece notare Virgilio era un chiaro segno che ci stavamo avvicinando al mare. Virgilio ci spieg che in realt lui non proveniva esattamente da Livorno, ma da un paesino poco a sud. Non conosceva molto la citt, ed in genere preferiva non andarci per via delle zone radioattive.
Eravamo immersi in questi discorsi quando incontrammo il Rio Maggiore. Pare fosse un torrente che nasceva da Valle Benedetta, dove c'era l'osservatorio in cui avevamo dormito.
Il Rio Maggiore non aveva un aspetto molto salutare. Tutto intorno la terra era brulla, ed i pochi fili d'erba affondavano nell'argine umido.
Improvvisamente mi torn in mente quello che mi aveva detto la ragazza durante il buffo matrimonio a Santacroce.
Mi voltai di scatto guardandomi intorno. C'era una tenda. Ed era rotta.
Doveva essere una tenda da campeggio, o qualcosa di simile. Era bianca, o perlomeno un tempo lo era stata. Ci avvicinammo con cautela. Dall'ingresso della tenda si vedeva fuoriuscire una mano.
Sentimmo un fruscio tra gli alberi l vicino. Estraemmo
le nostre armi; poi nulla, sembrava che nemmeno gli uccelli cantassero pi, un silenzio di tomba.
Decidemmo di ispezionare la tenda. Alzammo piano piano il telo, ed i nostri sospetti divennero in poco tempo realt. C'era solo la mano ed un pezzo di braccio. Mi torn in mente un altro frammento del discorso della ragazza: "le ninfe sono spirate"; se non ricordavo male non mi aveva detto altro.
Mi voltai e vidi Guido che si provava un paio di scarpe.
Che diavolo fai?
L'ho trovate qui per terra e qualcosa ai piedi ce lo devo mettere. Mi stanno pure.
Muoviti, imbecille.
Guido fin di mettersi le scarpe e lo incitammo molto animatamente a levarsi di l.
Sotto il peso del nostro equipaggiamento cominciammo a camminare a passo veloce, correre era impossibile. Ci guardavamo intorno ed alle spalle. Sembrava non accadere nulla di particolare.
Mentre ci affrettavamo lungo la strada notai che le scarpe di Guido non erano da donna, ma da uomo. Altra cosa strana. Non appartenevano alla vittima ma a qualcun altro.
Poi, sulla sponda del fiume, vedemmo un uomo. Si volt, e con occhi spiritati ci disse: Sulla sponda del fiume sostai e piansi.
Ok, non era il primo partito di cervello che incontravamo, ma in quella situazione la cosa ci inquietava alquanto.
Dietro di me, in un freddo boato, udii lo scuotersi delle ossa ed un ghigno che si allargava fino alle orecchie.
Guido mi guard con gli occhi strabuzzati, Virgilio comment con un "mmh mmh".
L - indic l'uomo - un ratto striscia piano attraverso la vegetazione.
Ok fece Virgilio impugnando il coltello.
Trascina il suo ombelico melmoso sulla riva.
Mi sono rotto, adesso ci trascino lui sulla riva, ma prima gli spacco la testa.
Mentre pescavo nel grigio canale, una sera d'inverno vicino alla cabina del gas, vidi bianchi corpi nudi sul basso terreno umido.
Notai che accanto a lui c'era effettivamente una vecchia costruzione in metallo, probabilmente di epoca prebellica, magari un tempo adibita alla gestione di qualche gas. Forse quello che diceva aveva un minimo di senso.
Hai visto qualcosa di strano? Hai per caso incontrato una tenda? chiesi.
La tenda sul fiume  rotta.
Questo lo sapevamo. Sappiamo anche la storia delle ninfe che sono spirate eccetera eccetera. Si pu sapere che diavolo  successo, cristo santo?
L'uomo rise.
Adesso cosa facciamo? chiesi.
Nessuno sapeva darmi risposta. L'uomo era sempre l, con un sorriso inquietante, ed aveva cominciato a ridacchiare. Era vestito con quella che sembrava una vestaglia da donna. Da sotto la vestaglia, vidi la sua mano che stava estraendo qualcosa che riflesse la luce del sole.
Pensai di sparargli e non pensarci pi. Si alz di scatto.
Estrassi il fucile in fretta e sparai un colpo. Credo di averlo mancato, perch lui per tutta risposta si mise a correre verso la foresta. Era scalzo.
Correndo spar tra gli alberi e non sentimmo pi niente. Avevo anche sprecato uno dei due colpi del fucile.
Ci doveva essere un altro colpo dentro, mi dissi cercando di tranquillizzarmi.
Ne avevo abbastanza di storie e personaggi strampalati. Decidemmo di fare uno sforzo ed affrettare il passo fino a
Livorno. Per quanto riguardava la ragazza nella tenda, pace all'anima sua, ormai era morta. Volevamo solo levarci di l.
Virgilio ci disse che rimanevano da attraversare pochi chilometri prima di arrivare alla ex zona industriale di Livorno.
Tenni il fucile a portata di mano, e cos fece Virgilio con il coltello. Volevamo arrivare il prima possibile. La mattinata volgeva al termine, ed a breve ci saremmo fermati per mangiare.
Camminammo seguendo la vecchia strada che andava verso Livorno. Virgilio ci disse che si chiamava SP5, che stava per Strada Provinciale 5. L'asfalto era distrutto, e gli alberi l'avevano quasi divorata.
Rimaneva una strada giusto perch era trafficata dalla gente della zona, che percorrendola impediva alla vegetazione di crescerci sopra. Ovviamente nessuno aveva mai fatto manutenzione.
Dopo un paio di chilometri ci fermammo per mangiare. Ormai era rimasto davvero poco, e finimmo quello che avevamo.
Guido ci comunic, con dovizia di particolari, circa la sua situazione gastro-intestinale, che doveva andare in bagno.
Ci stendemmo per riposarci un attimo. Eravamo in un piccolo spiazzo, ed il sole ci batteva addosso con forza, facendoci quasi sudare nell'aria fresca. Era piacevole. I pensieri del cadavere e del pazzo maniaco si stavano dileguando, quando sentimmo un urlo.
Mi sembr la voce di Guido.
Ci mettemmo a correre verso il punto dove si era infilato tra i cespugli, ma l non c'era niente. Niente, a parte un evidente segno dei suoi problemi digestivi.
Guido non c'era.
Tornammo di corsa indietro, raccogliemmo in fretta le nostre cose e Virgilio tir fuori il coltello.
Adesso andiamo a spiegargli un paio di cose disse.
...
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14.
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Nel punto dove era sparito Guido non vidi niente che ci potesse aiutare. Virgilio per, che era pi acuto ed esperto di me, not che molti fili d'erba erano piegati, ed indicavano una direzione nel folto del bosco.
Avevamo estratto le armi, e camminavamo piano, molto circospetti. La vegetazione si infittiva, e l'erba era quasi assente, rimpiazzata da un letto di foglie. I segni di trascinamento erano spariti. Virgilio disse che probabilmente il pazzo si era caricato Guido in spalla e lo stava trasportando da qualche parte. Osservando i piccoli rametti rotti e le impronte appena visibili riuscivamo comunque a seguirne le tracce.
Continuammo a camminare. Faceva freddo nel bosco, i raggi del sole non riuscivano a penetrare. Arrivammo di fronte ad una vecchia costruzione; doveva essere una bella casa un tempo, di dimensioni ragguardevoli. Adesso era in rovina, ma si stagliava lo stesso imponente tra la vegetazione. Ci avvicinammo lentamente, cercando di non far rumore.
Man mano che avanzavamo verso la porta cominciammo a sentire un odore intenso, dolciastro.
Eravamo di fronte all'ingresso, e tutto taceva. In quel silenzio, nell'aria fresca, il fetore che avevamo sentito divenne ancora pi forte e stomachevole.
Virgilio decise di entrare dentro per primo, con il grosso coltello in mano.
Io lo seguivo a due metri di distanza; non appena lo vidi attraversare l'ingresso lo sentii dire, con un filo di voce: Cane delle belve.
All'interno non c'era nessuno. Ma nel tanfo che quasi ci annebbiava gli occhi, nello scenario immobile, vedemmo distintamente al centro della stanza una poltrona.
Ci avvicinammo. Emanava un odore rivoltante. Virgilio, che era pi vicino di me, si stava tappando la bocca con una mano; lo sentii cercare di soffocare dei conati di vomito. Poi cominci a vomitare sul pavimento, in maniera copiosa.
La poltrona era fatta di vari pezzi di cuoio cuciti insieme da filo massiccio. I colori andavano dal grigio chiaro al marrone scuro, passando dal rosso. Guardai meglio e sullo schienale vidi un naso, che era attaccato ad un'intera faccia umana, occhi chiusi, bocca aperta come in un urlo silenzioso. Il resto era composto da altri volti, pi o meno distorti, ed una mano. La superficie era quasi lucida, l'odore dolciastro ed opprimente. Sopra ronzavano delle mosche.
Mi guardai intorno e vidi che sui pochi mobili c'erano in totale otto teste di cadaveri, ormai in putrefazione. In un angolo vidi una specie di candelabro fatto con una colonna spinale, con ancora dei piccoli pezzi di carne attaccati intorno. Il pavimento della stanza era pieno di blatte.
Fui sopraffatto dalla nausea, volevo uscire di l. Presi Virgilio per un braccio e lo trascinai all'esterno. Eravamo piegati in due, e per la prima volta vidi un'espressione di terrore sul suo volto.
Guido  morto - disse - dev'essere morto per forza.
Gli risposi a stento che non era detto. Il suo corpo perlomeno non era nella stanza. Cercammo di riprenderci per alcuni secondi. Bisognava far qualcosa subito. Ritornammo
al punto dove avevamo visto le ultime tracce e ripartimmo da quelle.
Non andavano in direzione della casa, not Virgilio, ma dietro di essa.
Aggirammo l'abitazione, camminando lenti e con estrema cautela nell'erba alta. Quando arrivammo dall'altra parte vedemmo un casotto.
Dall'esterno sentivamo mugolii e rumori; ci avvicinammo, ed anche l sentimmo un odore di carogna. Questa volta andai io per primo, con il fucile puntato. I rumori continuavano, sembravano dei colpi.
Le mie mani tremavano ed erano sudate, aprii lentamente la porta con la spalla. Vidi la schiena del folle che colpiva, con una grossa mannaia, il cadavere di una ragazza disteso su un tavolo.
Mirai alla testa dell'uomo e sparai.
Il boato del fucile risuon all'interno del casotto, e rimbalz sulla casa e tra gli alberi. Alcuni corvi gracchiarono e volarono via. Il corpo del tizio cadde a terra, un ammasso sanguinolento al posto della testa.
Mi guardai intorno e vidi Guido, imbavagliato, con gli occhi quasi fuori dalle orbite, ma incolume. Lo liberai, e lui cerc di parlare, ma emise solo delle sillabe scombinate e si accasci. Sperai che fosse solo svenuto.
Lo trascinammo fuori di l, e prima di andarcene, Virgilio insistette per dar fuoco a tutto. Quando gli chiesi perch, mi disse senza guardarmi: E meglio cos.
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15.
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Un'oretta dopo Guido si era un po' ripreso, ma non aveva voglia di parlare. Ne avevamo poca pure noi, volevamo semplicemente scordarci di tutta quella storia il prima possibile.
La tipa che avevo incontrato al matrimonio aveva anche lei una peculiarit, come tutti i santacrocesi. Aveva predetto quello che ci era successo quel giorno. Non sapevo se fosse un caso eccezionale o se veramente aveva qualche capacit divinatoria. Fatto sta che la scena si era semplicemente verificata, e la cosa mi turbava. Questo, unito al fatto che era davvero una ragazza molto bella, me la faceva tornare in mente spesso, in quel primo pomeriggio.
Mancava pochissimo a Livorno. Giusto un chilometro o gi di l; stavamo camminando nella vecchia zona industriale, e cominciammo ad incontrare qualcuno di tanto in tanto.
Attraversammo Salviano, una localit che in passato era inglobata dalla citt. C'erano diverse persone. Vedemmo una donna che appendeva i panni in mezzo a delle rovine di fabbriche. Dei bambini ci giocavano intorno.
Attraversammo un enorme parcheggio, pieno di decine e decine, per non dire centinaia di automobili in rovina. Doveva essere una specie di deposito o qualcosa di simile. Erano tutte completamente carbonizzate.
Virgilio ci spieg che quello era all'incirca il punto dove era arrivata la radiazione termica dell'esplosione. La testata nucleare era caduta a tre chilometri di distanza.
La nostra "missione" era prossima al suo punto cruciale. Dovevamo trovare questo Vezio, il sindaco, e convincerlo a inviare qualcuno ad Empoli. Manco sapevamo poi com'era andata a finire la situazione a casa, eravamo partiti ormai da giorni. Il vecchio locandiere empolese sembrava molto preoccupato, e di solito era una persona che parlava con cognizione di causa.
Ci stavamo inoltrando nella zona industriale, era met pomeriggio. L'aria odorava di salmastro, ed un vento piacevole soffiava dal mare. Non avevo mai visto da vicino il
mare, era una cosa che volevo fare assolutamente. Speravo che presto ce ne sarebbe stata la possibilit.
Virgilio ci disse che il centro gestionale era situato nel vecchio stadio, poco a sud.
Come ci aveva detto, il centro geografico della citt era zona interdetta, quindi quello che loro definivano "municipio" era in realt lo stadio. Tutto era stato accentrato l per praticit: forze dell'ordine, forze armate, pompieri, tutto quanto. Una specie di zona multifunzionale.
Virgilio ci disse che aveva degli affari da sbrigare pi a sud, dove era nato. Ci ringrazi per avergli permesso di fare questa bella escursione, sebbene fosse stata pi pericolosa e problematica del previsto. Ci salutammo da buoni amici, con la promessa di rincontrarsi prima o poi a Treggiaia, da dove eravamo partiti.
Adesso eravamo di nuovo soli. La nostra unica speranza era che i livornesi ci accogliessero bene e ci stessero a sentire.
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16.
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Livorno era molto pi popolata di Empoli, e la manutenzione negli anni era stata migliore. L'asfalto delle strade era lungi dall'essere integro, ma permetteva a dei rari carretti di percorrerle senza problemi. La gente, come ad Empoli, era vestita nei modi pi disparati. Alcuni con abiti prebellici, tenuti insieme da innumerevoli lavoretti di sartoria, altri con vestiti che sembravano pi recenti, perlomeno meno consunti. Probabilmente qualcuno si era rimesso a produrli, da qualche parte in zona.
Notai che qualcuno fumava sigarette. Era un'abitudine della quale avevo sentito parlare, ma dalle nostre parti nessuno lo faceva.
Trovammo un cartello di legno con una scritta un po' sbilenca: "Municipio".
Hai letto Guido? Siamo arrivati.
Letto icch?
Nell'entusiasmo mi ero scordato che Guido non sapeva leggere.
Vedemmo lo stadio. Era una costruzione circolare, dai bordi esterni sporgenti. Me lo ero immaginato pi grande. Era all'incirca come quello di Empoli, con la differenza che il nostro ormai era praticamente distrutto e dentro ci cresceva un piccolo bosco.
Quello di Livorno era circondato da filo spinato, e la
gente camminava sulla strada trasportando merce di ogni tipo: pesce, vestiti, ortaggi, rottami, materiale da costruzione, chi a mano, chi trascinando un carretto, qualcuno in groppa ad un asino.
Chiedemmo ad un tizio che passava di l come si entrava nello stadio.
Deh, dovehe fa' 'r giro e chiede da quell'altra parte ci disse.
Aggirammo lo stadio e ci trovammo all'ingresso. Era alto diversi metri, bianco e con due colonne ai lati. In cima c'era un'insegna con diverse lettere mancanti. Dagli aloni che erano rimasti mi sembr di leggere "Armando Picchi", e sotto "Stadio Comunale".
All'ingresso c'erano delle guardie, e chiesi a loro dove si potesse trovare il sindaco.
La guardia, per tutta risposta, si mise a ridere.
E perch dovrei andare a disturbare il sindaco? chiese.
Siamo investitori stranieri.
Non so come mi venne in mente. I due piantoni si guardarono tra di loro, abbastanza perplessi.
Sentite, al limite possiamo vedere di organizzarle un incontro col segretario. Entrate dentro e fatevi un giro, poi ripassate di qui.
Ringraziai, ed un po' circospetti attraversammo l'ingresso ed entrammo nello stadio.
Capii come mai prima c'erano cos tante persone che trasportavano merce in strada. Parte dell'interno fungeva da mercato. C'erano vari banchi, coperti da verande colorate; vendevano un po' di tutto, pure qualche arma. Noi non avevamo pi un soldo, quindi la cosa ci interessava marginalmente. Notai che i livornesi comunque non usavano gli euro come valuta principale, ma il sale. Probabilmente o avevano troppi pochi euro rimasti da quelle parti, o troppi. Il sale
sembrava andare per la maggiore, ed ogni bancarella aveva la sua piccola bilancia con la quale misurare le transazioni.
Non tutta la parte centrale dello stadio era adibita a mercato. C'erano altre sezioni che avevano probabilmente funzione amministrativa. Si poteva intuire dalle varie persone ben vestite che entravano ed uscivano, trasportando fogli e plichi. Gli "uffici" erano organizzati dentro a dei vecchi container, coperti da delle tende mimetiche, che probabilmente servivano a ripararli dalla pioggia e dal sole estivo.
La zona nevralgica dello stadio erano gli uffici del sindaco, che erano nella parte della gradinata coperta da una grossa tettoia in cemento armato. Sotto la tettoia tutta l'area era stata racchiusa da pareti costruite in seguito, tirate su con delle travi di legno. Noi dovevamo andare l.
Dopo esserci fatti un giro da quelle parti ritornammo all'ingresso, dove avevamo incontrato le guardie. Questa volta ad attenderci, oltre a loro, vedemmo un uomo giovane, di bell'aspetto, dai capelli curati e ben vestito.
L'uomo stava parlando con le guardie, e lo sentii chiedere cosa volessero di preciso questi investitori.
Non fece in tempo a terminare la frase che ci vide, ed una guardia ci indic, per dirgli che stava parlando di noi.
Il giovane cerc di dissimulare un po' di stupore e, sorridendo forzatamente, non si trattenne dal guardarci da capo a piedi.
Dopo le numerose disavventure non eravamo vestiti molto bene (se mai lo fossimo stati). Eravamo sporchi e probabilmente puzzavamo pure un po'. La faccia di quello che doveva essere l'assistente del sindaco non sembrava molto convinta.
Ci tese comunque la mano e si present: Nedo. In cosa posso aiutarvi?
Non ero pronto per questa domanda. Pass un lungo
secondo di imbarazzo. Il mio cervello cominci a vagliare le possibilit. L'idea di dirgli che venivamo da Empoli perch i russi minacciavano di conquistarla mi sembrava fuori luogo, visto tutta la gente che passava di l. Inoltre, date le nostre condizioni estetiche, temevo che non ci avrebbe preso per niente sul serio.
Decisi di prendere altro tempo.
 possibile parlare in privato? chiesi.
Nedo non sembr molto convinto. Cercai di giocarmi un'altra carta.
Veniamo da Empoli, ed abbiamo una questione che vi riguarda che vorremmo sottoporvi.
Il segretario sembrava quasi spazientito, ma forse ero riuscito a destare in lui un minimo di interesse.
Va bene, ma non ho molto tempo. Seguitemi in ufficio.
Fece cenno ad una guardia di accompagnarci, e cominciammo a salire in direzione della "zona alta".
Come avevo notato guardando dall'interno dello stadio, l'area degli uffici del sindaco era costruita con tavole di legno. Gli interni per erano piuttosto sontuosi: alle pareti e per terra c'erano dei tappeti di bella fattura, con ogni probabilit di epoca prebellica. Tutte le pareti erano state pitturate, probabilmente anche abbastanza di recente, di marrone. Entrammo in una stanza, che era illuminata da una pallida luce elettrica. Mi torn in mente che dalle nostre parti solo i russi dell'ospedale avevano l'elettricit.
Il giovane and dietro una grossa scrivania in legno e si lasci cadere su una robusta poltrona di pelle. Poi, con lentezza, prese da un cassetto una sigaretta e se l'accese con un vecchio accendino a benzina.
Chiuse l'accendino con un rumore secco e ci guard.
Quindi?
Quindi. Eravamo ancora in piedi, mi guardai intorno; il
piantone, che imbracciava un vecchio fucile da caccia, era dietro di noi e ci osservava, immobile. Una piccola finestra dava sull'esterno, sul centro dello stadio.
Mi misi lentamente a sedere e, senza farmi notare, detti un piccolo calcio a Guido, che era rimasto l in piedi, come inebetito.
Veniamo da Empoli iniziai.
Apper - disse Nedo - era tanto che non vedevamo qualcuno delle vostre parti. Come va l?
Andrebbe come sempre, non succede molto solitamente da noi. Negli ultimi giorni per ci sono stati degli sviluppi che credo riguardino anche voi.
E sarebbero?
I russi vogliono prendere il controllo della nostra citt. Il perch non lo sappiamo, ma abbiamo notizie da una fonte affidabile.
Mmm. E questo in che modo dovrebbe riguardarci, di grazia?
Empoli  in una posizione strategica tra voi e Firenze. Inoltre, siete proprio sicuri che vi faccia piacere avere i russi cos vicino?
Il segretario aveva il gomito appoggiato sul tavolino, ed era proteso in avanti. Con un gesto un po' ampolloso tir una lunga boccata dalla sigaretta. Poi raddrizz la schiena.
Ok - disse - quindi cosa vorreste?
Preferiremmo che Empoli rimanesse libera. L non siamo particolarmente organizzati, non c' mai stato bisogno. Non abbiamo un capo o qualcuno che gestisca il bene pubblico, perch c' davvero poco da gestire. Ci sono case in abbondanza, ognuno ha un piccolo pezzo di terra da coltivare o un posto dove allevare i piccioni, ed  tutto quello che ci interessa. Per non vorremmo che ci portassero via tutto.
Capisco. Beh, credo che la questione abbia la sua rilevanza, tutto sommato. Potrei effettivamente parlarne con il sindaco.
Il fumo si stava espandendo nella stanza, ornandola con ampie onde grigie.
S, credo sia il caso di parlarne un attimo con il Sindaco. Giuseppe, vai a vedere se il sindaco mi pu ricevere.
La guardia fece un cenno con la testa e spar.
Rimanemmo seduti a guardare Nedo che fumava. Sembrava essersi dimenticato di noi. Si era lasciato cadere indietro sulla poltrona, aveva accavallato le gambe e guardava il soffitto, mentre emetteva lunghe nuvole di fumo.
Deve essere stata una bella fatica arrivare fino a qui per recapitare un messaggio cos breve disse ricordandosi improvvisamente della nostra presenza.
Abbastanza replicai.
Noi abbiamo un altro sistema. Se il sindaco lo vorr, ve lo mostreremo.
In quel momento rientr la guardia e fece un cenno a Nedo, che si alz lentamente.
Bene, pare che il signor Vezio ci possa ricevere - disse il segretario, spegnendo la sigaretta in un portacenere in ceramica nera - seguitemi.
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17.
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L'ufficio del sindaco era simile a quello del segretario, con la differenza che la scrivania era antica, in legno massello e piena di ornamenti. Alle pareti erano appesi dei quadri e la vetrata che dava sul centro dello stadio era molto ampia.
Il sindaco era un uomo energico sulla quarantina, e ci accolse con una robusta stretta di mano. Alto, brizzolato, snello ed atletico, indossava dei vestiti prebellici al massimo di seconda mano, se non addirittura nuovi. Dovevano costare molto, perch non era affatto comune vedere abiti anteguerra in giro che non fossero sporchi e logori.
Era Vezio, il coordinatore, sindaco e capo di Livorno.
Il segretario gli introdusse la faccenda, e lui si mostr interessato.
Ci disse che la questione dei russi era ben nota. Avevano gi sentito voci riguardo altre zone della Toscana dove si stavano riorganizzando, ma ancora non sapevano bene per quale motivo.
Ci disse che quelle truppe, che erano i figli, se non i nipoti delle truppe di invasione originarie, erano il risultato degli ultimi tentativi da parte delle varie nazioni coinvolte nel conflitto di invadere il blocco avversario.
Le fasi della guerra successive alle esplosioni nucleari erano state talmente confusionarie da risultare quasi buffe, se si tralasciava il piccolo problema dell'olocausto globale e
dei miliardi di morti.
Praticamente, ovunque nel mondo, verso la fine del conflitto ogni esercito cercava di invadere il paese dell'esercito avversario, come da piani militari preesistenti.
Il problema era che, mancando le comunicazioni con il paese d'origine, e molto spesso mancando del tutto il paese d'origine, le truppe che avevano portato a termine con successo un'invasione si trovavano bloccate all'interno del paese invaso, come un ladro grasso che non riesce pi ad uscire dalla finestra di una casa.
Di norma tutte queste forze armate, quando non avevano tentato un lunghissimo e rocambolesco ritorno in una patria che spesso non esisteva pi, erano rimaste dove erano sbarcate, atterrate, o dove erano state paracadutate.
Si sospettava che il mondo fosse pieno di situazioni del genere. C'erano innumerevoli fortini e fortezze, arrangiati alla bell'e meglio, sparsi in giro per il globo ed occupate da soldati disgraziati che non avevano mai pi rivisto la loro nazione e le loro famiglie, ed erano rimasti bloccati in territorio ostile per il resto delle loro vite.
Come era successo ad Empoli, questi avevano fatto di necessit virt e si erano sposati con gente del luogo, oppure pi spesso fra commilitoni di sesso differente.
Vezio non sapeva cosa stessero pianificando i russi ad Empoli, ma era intenzionato a mandare qualcuno a controllare la situazione. Sapeva bene che le forze armate si erano preparate in maniera migliore alle radiazioni elettromagnetiche rispetto ai civili.
La maggior parte dei dispositivi elettrici ed elettronici civili erano stati annientati dalle radiazioni EMP, ma questo raramente valeva per i dispositivi militari.
I militari in genere avevano tecnologia migliore, che aveva retto ai bombardamenti di impulsi elettromagnetici, e
spesso avevano ancora vecchie scorte di armi e munizioni. Il pericolo di una roccaforte del vecchio nemico stabilita cos vicino impensieriva anche il sindaco di Livorno.
S, sicuramente avrebbe inviato qualcuno a controllare, disse. Prima per voleva avvertire anche Pisa del pericolo.
Pisa, che un tempo era una fiorente citt universitaria e turistica, era stata quasi del tutto abbandonata dopo la guerra. Rimaneva un piccolo gruppo di persone ad abitarla, in maniera non molto dissimile da Empoli.
Il primato scientifico e tecnologico di Pisa non era per del tutto sparito, perch i pisani, dopo aver messo da parte antichi rancori con Livorno (nei limiti del possibile), avevano collaborato con i livornesi per metter su il pi ambizioso sistema di comunicazione del quale si avesse notizia.
Vezio ci chiese di seguirlo, e dopo aver attraversato un corridoio, arrivammo di fronte ad una porticina, sorvegliata da una guardia.
Sopra la porta c'era una targhetta, che recava la scritta "Operazioni IoP".
Vezio con malcelato orgoglio apr la porta, e stentammo a credere alla scena che ci si pales davanti.
Una specie di pupazzo stava seduto davanti ad un computer funzionante, in una malmessa stanzina senza finestre, rischiarata da una pallida luce elettrica.
Il pupazzo si gir verso di noi e disse Ciao, senza cambiare espressione. Io e Guido ci guardammo, attoniti.
Vezio disse che il pupazzo si chiamava Andrea, ed era un prototipo di androide civile polivalente. Presentato alla Fiera della Robotica di Pisa nel 2030, era pi simile ad una marionetta di plastica che ad un vero essere umano.
Era rimasto per sempre in fase di test, perch ovviamente lo sviluppo si era cristallizzato allo scoppio della guerra. L'androide aveva visto cadere le bombe nel 2037, ma non ci
aveva capito molto. La sua intelligenza, abbastanza basilare, non era del tutto paragonabile a quella di un essere umano, anche se eccelleva nella memoria e nel calcolo matematico.
Veniva conservato un po' per il suo valore storico, ed un po' perch era bravo a fare i conti.
Ma Andrea, come lo chiamavano tutti, aveva un problema. Il suo acume non incredibile gli aveva comunque permesso di sviluppare psicosi e paranoie. La pi importante, nonch la pi interessante, era che credeva fermamente di essere un umano, convinzione che era salda solo in lui.
Inizialmente erano stati fatti vari tentativi di spiegargli l'inconsistenza del suo ragionamento, ma non c'era stato modo di fargli cambiare idea, tutt'altro. La cosa era pure degenerata, e le rare volte che qualcuno, non conoscendolo, gli faceva notare che non era umano, egli rispondeva con voce un po' scattosa: Sar anche paranoico, ma non sono un androide.
Andrea (o Andrea), era equipaggiato con dei prototipi di batteria a lunga durata che incredibilmente reggevano ancora il passare dei decenni. Ovviamente la durata della carica era sempre minore, ma tutto sommato riuscivano ancora a fornirgli qualche ora di autonomia. Questo malmesso guazzabuglio di cibernetica era pure irrequieto, e si era mostrato inizialmente un problema da gestire. Non riuscendo a trovargli una mansione, e dopo vari tentativi occupazionali miseramente falliti, era stato relegato all'utilizzo di uno dei pochi computer ancora funzionanti della citt.
Il computer, anche lui alimentato dalla misera rete elettrica residua, ripristinata alla bell'e meglio, aveva lo scopo di gestire le comunicazioni "veloci" tra Livorno e la vicina Pisa.
Data la totale mancanza di alternative, era stata sviluppata, in un impeto di follia di un vecchio professore di informatica (che alcuni chiamavano "visionario", altri "imbecille"), una rete di comunicazione decisamente peculiare.
La rete si chiamava con il buffo nome di "IoP". Sembrava l'esclamazione di uno che stava facendo un salto, ma in realt era l'acronimo di "Ip Over Pidgeon".
Il sistema prevedeva l'invio di datagrammi IP, ovvero pacchetti di dati, a mezzo piccione.
Funzionava cos: Andrea convertiva il messaggio desiderato da testo a codice binario, poi lo stampava con una scalcinatissima stampante ad aghi di et ignota.
A quel punto il messaggio veniva legato ad un piccione viaggiatore che volava verso Pisa. La velocit di tale trasferimento, confrontata a quella dei tempi prebellici, era pi che ridicola. La cosiddetta "latenza", ovvero il tempo che intercorreva dall'invio alla ricezione, era decisamente catastrofico, ma era l'unico modo di inviare un'immagine a distanza senza recapitarla personalmente.
S, perch con tale sistema, sebbene raramente, venivano spedite anche immagini. Queste ultime, possibilmente di piccole dimensioni, venivano convertite in datagrammi IP ed affidate ai piccioni, che le recapitavano alla non lontana Pisa.
In questo tipo di comunicazioni spesso accadevano dei fenomeni di cosiddetta "packet loss", ovvero perdita di pacchetti. Ci avveniva quando, durante il volo, un piccione veniva abbattuto da qualche contadino affamato oppure braccato da un falco. Tale perdita veniva scherzosamente chiamata "piccion loss".
In definitiva, il sistema di Ip Over Pidgeon era davvero pessimo, ma c'era solo quello e ci si accontentava.
Adesso mi spiegavo l'odore di piccione. Ecco infatti che l accanto si poteva vedere l'ingresso ad una piccola piccionaia. Qualche piuma era per terra nella stanza dei computer, e pure addosso ad Andrea.
Con ogni probabilit mi ero pure mangiato qualcuno dei loro preziosi messaggeri. Decisi per di glissare sulla cosa.
Adesso - disse Vezio - comunicher il messaggio ad Andrea, che provveder ad inviarlo a Pisa.
Cominci a dettare: Da nostri informatori ci risulta che Empoli sia sotto le mire di truppe Russe. Sospettiamo vogliano stabilire l una roccaforte. Invieremo un contingente a controllare la situazione. Vi terremo informati.
Andrea si mise a digitare.
Adesso il nostro buon Andrea convertir il messaggio in binario, criptandolo e rendendolo cos incomprensibile ad occhi indiscreti. Poi lo stamper e lo invier a Pisa.
Vidi l'automa che lentamente scriveva il messaggio e lo stampava. Poi si alz, senza raddrizzare del tutto la schiena e, camminando con le movenze di un vecchio artritico, tenendo il foglio con entrambe le mani, entr in piccionaia.
Sentimmo un forte tramestio e schiamazzare di piccioni, e vedemmo qualche penna che volava fuori.
Poi Andrea usc e, con la sua voce metallica ed innaturale, disse che il messaggio era stato inviato.
Tempo poche ore, se tutto va bene, e anche Pisa sar al corrente della questione.
Non ero molto sicuro che quel loro sistema funzionasse, e sinceramente me ne fregava anche poco. Vezio per interruppe i miei pensieri.
Dato che la situazione ad Empoli  delicata e necessitiamo di infittire la nostra rete di comunicazioni, questo  quello che faremo: invier insieme a voi una squadra che installer una stazione IoP anche ad Empoli, in modo tale da avere la possibilit di comunicare velocemente in caso di bisogno.
Finsi soddisfazione, ma dentro mi rodevo. Eccoci, adesso toccava sopportare questa scempiaggine anche a noi empolesi.
Se questo per doveva servire per avere il supporto di Livorno, ben venga.
Bene, quindi come procediamo? chiesi.
Credo vi convenga rimanere a Livorno per la notte. Nel frattempo organizzeremo una squadra per accompagnarvi indietro ed installare la rete IoP ad Empoli. Prendete quest'indirizzo, per stasera potete dormire qui.  un albergo, provveder a farli avvertire del vostro arrivo. Per il resto, fatevi pure un giro in citt. Ci vediamo domani per definire meglio i dettagli.
Grazie mille signor Vezio. Adesso togliamo il disturbo. Grazie ancora.
A domani.
Beh, contro ogni pronostico la cosa era andata bene. Avevamo il supporto di Livorno, in qualche modo i livornesi erano stati accoglienti e il viaggio, perlomeno quello di andata, era finito nel migliore dei modi.
Adesso non rimaneva che aspettare fino al giorno dopo.
Era appena sera ed eravamo stanchi morti. Lo spiacevole incontro con il pazzo nel bosco e la tensione di quello con il sindaco ed il suo segretario ci avevano stremati.
Dovevamo stenderci a tutti i costi.
Guardai l'indirizzo sul biglietto e, chiedendo ad un commerciante dello stadio, scoprii che l'albergo non era molto lontano da l.
Stavamo camminando tra le bancarelle quando, di sfuggita, mi sembr di vedere una faccia conosciuta.
Ci avvicinammo, e guardando meglio riconoscemmo Francesca e la sua amica, le due ragazze del matrimonio a Santa Croce.
Che ci facevano l? Ero imbarazzato, anche al pensiero di quello che era successo la mattina. Quella specie di profezia o quel che era.
Quella ragazza mi tornava a mente fin troppo spesso, in un modo o nell'altro.
Era vestita con una gonna ampia, blu scuro e a pois
bianchi. La sua amica l'accompagnava, tenendola a braccetto. Erano molto belle, come quando le avevamo viste a Santa Croce.
I capelli biondi di Francesca si muovevano lenti nella brezza che arrivava dal mare. La fronte alta, le labbra carnose e rosse, il volto aristocratico... esattamente come la ricordavo.
Non avevo ancora finito con queste riflessioni che mi accorsi che stavo continuando a camminare verso di lei.
Mi vide.
Un largo sorriso le si dipinse sul volto, e strinse il braccio all'amica, che si volt guardandoci con aria un po' sorpresa.
Entrambe ci vennero incontro; mi innervosii subito, non sapevo cosa dire.
E voi che ci fate qui? disse Francesca.
Che fare? Spiegarle tutto quanto l'ambaradan di Empoli eccetera? Glissare? Mi lasciai trasportare dall'ispirazione.
Anche voi al mercato?!
Se continuavamo a reincontrarla prima o poi avremmo dovuto spiegarle qualcosa.
S, s - risposero loro ridendo - Un paio di volte l'anno veniamo a fare un giro da queste parti. Vendono un sacco di cose interessanti, non vi pare?
Vidi l'amica di Francesca che teneva in mano un pacchetto. Sembrava fatto a forma di pistola.
Agguerrita la ragazza, pensai.
Gi! - dissi io - Vi fermerete a lungo?
Non molto, pensavamo di andarcene domani sera.
Ah... per stasera avete progetti?
No, voi?
La mia fantasia stava venendo messa a dura prova. Che progetti avevamo per stasera? Oltre a dormire?
Volevamo andare a lasciare le nostre cose in albergo e poi uscire a farci una bevuta.
Vidi con la coda dell'occhio Guido che mi guardava con aria di domanda.
Decidemmo di trovarci tutti davanti il comune verso le nove.
Salutammo. Io e Guido eravamo stremati. Avevamo due ore per arrivare all'albergo e gettare la nostra roba, e possibilmente dormire un po'.
Dopo qualche sbaglio di percorso arrivammo all'albergo. C'erano addirittura dei letti veri.
Impostai la sveglia sull'orologio e ci cademmo dentro, ancora vestiti. Prima di toccare il materasso dormivamo gi.
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18.
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Ci svegliammo un po' meno stanchi di quando ci eravamo addormentati.
Con enorme fatica tentammo di darci una ripulita in bagno. Guido contestava la mia decisione di uscire, ma anche lui in fondo sapeva che era un'occasione da sfruttare.
L'albergo era distante non pi di un quarto d'ora dal municipio, ci sarebbe voluto poco per arrivare.
Una volta avevo preso un caff. Era roba rarissima dalle nostre parti. Ricordo che quel giorno, diversi anni fa, rimasi sveglio tutta la notte. Non c'ero abituato, mi spiegarono in seguito.
Ci sarebbe davvero voluto un caff.
Per ovviare alla mancanza della nera bevanda ci prendevamo a ceffoni da soli. No, era inevitabile che quella sera non saremmo rincasati tardi, ne valeva ormai della nostra sopravvivenza.
Prima i pazzi del villaggio bio, poi il folle omicida nel bosco. Ne avevamo passate davvero troppe in due soli giorni. E lo stress del municipio quel pomeriggio.
Ci incontrammo con le ragazze. L'amica di Francesca mi disse di chiamarsi Federica, non avevo mai inteso il suo nome prima.
Ci mettemmo a camminare. Loro mi dissero che conoscevano un posto non molto distante dove potevamo fare due passi sul lungomare e magari bere qualcosa.
Via via che ci avvicinavamo sentivo l'odore del mare diventare pi forte, infine cominciai a sentirne il rumore. Era un rumore intenso, piacevole, ciclico. In qualche modo mi calm, e mi fece dimenticare la fatica degli ultimi giorni.
Ci trovammo su un grande lungomare, ricoperto da un'estesa pavimentazione a scacchi bianchi e neri. Un'enorme scacchiera sul mare.
C'era una balaustra in pietra e ci appoggiammo l. In quel momento c'erano solo le onde, nere e dai bordi bianchi, che venivano verso di noi e si infrangevano sugli scogli poco sotto. La brezza fresca trasportava un odore intenso, di salmastro. Le stelle brillavano alte nella notte nera, mentre la luna proiettava la sua luce sull'acqua, all'orizzonte.
Mi voltai verso Francesca.
Come va? chiesi.
Bene rispose lei, girandosi verso di me con un ampio sorriso. Una ciocca di capelli le cadde sulla fronte, e sentii il forte impulso di rimetterla al suo posto.
Ti volevo chiedere una cosa.
Dimmi.
Ci sono successe delle cose, stamattina, anche se ormai sembra passata una settimana. Mmh mmh...
Non vorrei ricordare male, ma tu avevi cominciato a recitare come dei versi, e quello che hai detto ci  successo davvero.
Lei divenne improvvisamente seria.
Non lo faccio apposta.
Non volevo accusarti di niente.
No, sul serio, non lo faccio apposta.  che, semplicemente, succede.
Cos' che succede?
A volte mi vengono in mente dei versi. Li recito perch
mi piace farlo, non gli do molto peso, l per l. Il problema  che queste cose, spesso, accadono.
Non risposi. Lei torn a guardare il mare.
Pensai che forse era il caso di sorvolare sull'argomento, almeno per ora.
Perch non andiamo a prendere qualcosa da bere? dissi.
Camminammo qualche centinaio di metri su quella terrazza, ed entrammo in un bar vicino al mare.
Mi misi a parlare con il barista, che mi disse che in quel posto servivano alcolici difficilmente reperibili da altre parti. Mi spieg che arrivavano da un porticciolo poco pi a sud. La specialit del giorno era Mirto di Sardegna.
Non ero nemmeno molto sicuro di dove fosse la Sardegna. Era un'isola pi ad ovest, credo. Decidemmo che il Mirto andava bene.
Ci sedemmo ad un tavolo, fuori. Le ragazze erano vestite con dei begli abiti in tinta unita, che le facevano sembrare ancora pi belle. Noi, dal canto nostro, eravamo messi sempre peggio con il passare dei giorni. Nonostante i tentativi disperati di metterci un attimo in ordine, il nostro aspetto non era esattamente perfetto. Volevo ordinare un altro Mirto, quando mi ricordai che non avevamo pi soldi. Per fortuna mi ero portato dietro la borsa, ed alla fine mi accordai con il barista per barattare il mirto con il pentolino.
A forza di bere, un po' dell'imbarazzo dovuto al nostro aspetto spar. Ci mettemmo a raccontare alle ragazze della nostra missione e delle nostre disavventure, che non avevano nemmeno tanto bisogno di essere romanzate per apparire piuttosto assurde.
Loro ridevano, mostrando i bei denti bianchi. Guido per fortuna non aveva molta voglia di ridere, soprattutto dopo la mattinata trascorsa, e quindi le preservava dalla vista della sua situazione odontoiatrica.
Sulla strada del ritorno ci dissero che il giorno dopo sarebbero partite per tornare a casa. Non sapendo con esattezza cosa avremmo fatto l'indomani ci promettemmo reciprocamente che ci saremmo rincontrati a Santacroce, e Francesca mi lasci l'indirizzo di casa.
Camminando lentamente, ormai stremati, le riaccompagnammo al loro albergo, che non era molto distante.
Poi ci trascinammo verso Il Buco d'Oro, cos si chiamava il nostro, entrammo nella stanza, e senza chiudere a chiave ci dirigemmo verso i letti, togliendoci i vestiti per strada ed infine collassando sopra le coperte.
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19.
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Ci svegliammo dodici ore dopo, in tarda mattinata. Non sapevo nemmeno quanto tempo fosse passato dall'ultima volta che avevo dormito cos tanto.
Ci dirigemmo verso lo stadio per parlare con Vezio, il sindaco. Salutammo le guardie all'ingresso e salimmo ai piani alti.
Vezio, che ci stava aspettando nel suo ufficio, ci disse che aveva gi dato disposizioni per il nostro viaggio. Il piano era il seguente: un uomo competente nella topografia della zona, tale Giorgio, ci avrebbe accompagnato su un fuoristrada, assieme ad Andrea l'androide. Una volta arrivati ad Empoli io, Guido ed il nostro autista avremmo aiutato Andrea a mettere su una nuova rete IoP che collegasse Livorno con Empoli.
Fintantoch Livorno ci forniva appoggio ero disponibile a seguire le loro strane abitudini in campo di comunicazione; inoltre pensandoci bene ci era voluto davvero molto tempo per recapitare un breve messaggio, quello di aiuto, da casa nostra a Vezio. Forse l'idea della rete IoP non era cos sbagliata.
Tutto era gi pronto. Vezio aveva messo qualcun altro ad occuparsi della loro rete IoP, mentre il mezzo che ci avrebbe dovuto trasportare era stato controllato, il serbatoio riempito, ed il nostro autista Giorgio aveva ricevuto tutte le istruzioni del caso. Giorgio era un uomo sulla sessantina, alto, ben
piazzato e con una curiosa e perenne espressione di disgusto sul volto. Nonostante non avesse particolari problemi fisici, perlomeno non visibili, camminava tenendo i piedi molto distanti tra loro, caracollando da un lato all'altro mentre deambulava. Questo, unito ai suoi modi bruschi ed alle battute volgari, ne faceva un personaggio piuttosto peculiare.
Il bagagliaio del fuoristrada fu caricato con un computer, una stampante, una bicicletta e diverse batterie da automobile.
Potevo immaginarmi che il computer e la stampante servissero per la rete IoP, ma non mi spiegavo la bicicletta.
Quando chiesi delucidazioni, Giorgio mi disse, con tono abbastanza scocciato: Come pensi che vada il compute', a speranze? E ci vole qualcuno che pedali, senn come si accende, fava?
Quindi la nostra rete di comunicazioni a piccioni sarebbe stata alimentata a pedali.
La macchina, oltre a tutta l'attrezzatura, comprendeva noi quattro, robot compreso.
Vezio ci dette un bel po' di sale per comprare le provviste per il ritorno, e qualunque cosa ci servisse per portare a termine il nostro compito.
Acquistammo un po' di generi alimentari e qualche cartuccia per il fucile; ormai eravamo abituati agli imprevisti e volevamo essere preparati.
Ci fu spiegato che il viaggio non avrebbe richiesto pi di un giorno o due, a bordo del fuoristrada.
Non rimaneva molto altro da dire o da fare. Finalmente avevamo pieno supporto da parte di Livorno, e non restava che tornare indietro ed installare il tutto.
Empoli non sarebbe stata pi isolata. Per la prima volta la nostra piccola cittadina si stava organizzando per far parte di qualcosa di pi ampio.
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20.
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Non ero mai salito su un'automobile. Ero un po' spaventato, ma lo trovavo lo stesso un grande onore. Erano rimaste pochissime auto funzionanti in tutta la citt, e questa era il frutto di innumerevoli riparazioni e lavori di sciacallaggio compiuti su altri veicoli. Cromaticamente era del tutto asimmetrica: gli sportelli di sinistra erano verdi, quelli di destra gialli, il cofano nero e cos via.
Era un vecchio, grosso modello di fuoristrada molto resistente. Nel corso dei decenni era stata pi volte ricostruita, riassemblata e riparata usando parti di altre auto. Giorgio sal sopra, e dopo averla messa in moto premette a fondo l'acceleratore. Da dietro usc una spessa nube di fumo nero. Ci invit a salire, utilizzando vari epiteti per richiamare la nostra attenzione. Aiutammo anche Andrea a montare, e partimmo.
Una volta ero salito su un cavallo, ma la velocit non era paragonabile. La macchina filava veloce in quella mattina luminosa e chiara, schivando grossi cumuli di detriti e rifiuti. Ben presto ci trovammo su quella che Giorgio chiam la Variante Aurelia. Ci disse che era la via pi veloce e diretta verso l'autostrada.
Proseguivamo speditamente, sobbalzando ed affumicando i rari viandanti, che al nostro passaggio ci salutavano. Giorgio li mandava tutti a quel paese, sistematicamente.
Poi fummo sopra all'autostrada. Il nostro autista sapeva esattamente quali tratti di sopraelevata erano ancora integri e sicuri, e quali conveniva evitare passando per i campi.
Dopo appena due ore ci fermammo in prossimit di Pontedera per mangiare. Giorgio non era un tipo di molte parole (anche se di numerose bestemmie), e quindi mangiammo perlopi in silenzio. Quando arrivammo a ripartire per la macchina cominci quasi subito ad arrancare, fintantoch non si ferm.
Il nostro cocchiere, bestemmiando ferocemente, le prov un po' tutte per rimetterla in moto, ma sembrava che niente volesse funzionare.
Dopo almeno un'ora di tentativi, in un tripudio di improperi, cap il problema: era semplicemente finita la benzina, solo che l'asticella del carburante era rotta e non ce ne eravamo accorti.
Possa la divinit che sorregge i loro destini lascia' cade' entrambe le mani, disse lui in un inaspettato slancio poetico, rivolgendosi a quelli che avevano fatto il pieno.
Probabilmente c'era stato un errore ed erano stati messi solo pochi litri di gasolio.
Rimanemmo a discutere un'oretta su come risolvere la questione. Sicuramente non potevamo portare tutta l'attrezzatura a mano con noi, sarebbe stato impossibile.
Aspettare un'altra macchina per chiedere un po' di carburante era altrettanto fuori discussione, perch durante il viaggio di andata non ne avevamo vista nemmeno una.
Rimanevano due possibilit: tornare indietro (e ci sarebbero volute ore ed ore a piedi), oppure cercare carburante da quelle parti.
Sapevamo che Pontedera era una zona poco raccomandabile, e ne avevamo avute le prove all'andata. Le idee scarseggiavano.
Ad un tratto il vecchio disse che aveva sentito parlare di un uomo molto ricco che abitava l vicino, che pare fosse anche prodigo nei confronti dei buoni ospiti. Magari saremmo potuti riuscire ad accaparrarci le sue simpatie e racimolare un po' di gasolio per concludere il viaggio.
Decidemmo di incamminarci in direzione di casa sua, della quale conosceva all'incirca la posizione.
Io e Guido pensammo di lasciare Andrea a guardia della macchina. Per assicurarci di non fargli un torto, ne parlammo brevemente anche con lui.
Andrea, ci serve qualcuno che controlli la macchina in nostra assenza.
Sono il vostro uomo rispose lui con voce metallica.
Il vecchio, che non era molto in vena di cortesie (se mai lo fosse stato), si mosse velocemente in direzione di Andrea, gli and alle spalle, premette un pulsante e lo spense.
Si risparmia batteria e tanto 'un farebbe nulla se arrivasse qualcuno. E poi chi vi che ce lo freghi.
L'ordine di Giorgio fu di spingere la macchina dentro dei cespugli per nasconderla.
L'operazione ci richiese ulteriore tempo, perch il primo punto adatto era a diverse centinaia di metri.
Dopo aver spinto la macchina per pi di mezzo chilometro tra le macerie eravamo sudati fradici e stanchi morti. Quello che sembrava un viaggio di piacere si stava trasformando, per l'ennesima volta, in un tour de force.
Ci sdraiammo per terra un attimo, mentre il vecchio, che era stato al volante tutto il tempo, offendeva noi e tutta la nostra generazione di rammolliti.
Ci riprendemmo per qualche minuto, poi decidemmo di metterci in cerca del ricco pontederese che forse ci avrebbe salvato.
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21.
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Girovagammo a vuoto per diverso tempo. Il vecchio non riusciva a ricordarsi dove abitasse di preciso il tizio.
Dopo ore che camminavamo a casaccio vedemmo stagliarsi, in cima ad una collinetta, una grande abitazione, ben tenuta ed ottimamente preservata.
Era una delle poche case integre di quelle dimensioni che avevo visto in giro, probabilmente l'unica cos grande. Il proprietario doveva essere molto ricco per riuscire a mantenere una roba del genere.
Era alta due piani, nello stile degli anni duemila, con delle grandi scalinate su un lato. Credo fosse larga un centinaio di metri, una vera e propria villa.
Ci avvicinammo ad un imponente cancello, con tutto un muro intorno che racchiudeva l'enorme giardino. Dal cancello si inerpicava una lunga strada sterrata che conduceva all'abitazione.
All'ingresso c'era un vecchio con un secchio, che sbaccellava dei piselli. Alz stancamente la testa e chiese cosa volessimo.
Gli spiegammo in fretta e furia la storia del carburante e lui, con un gesto annoiato, ci disse di salire e di provare a chiedere. Ci avvert per che quella sera ci sarebbe stata una grande cena, e non era detto che ci avrebbero prestato attenzione.
Decidemmo di provare lo stesso e, dopo che il vecchio ci ebbe aperto il cancello, ci incamminammo su per la collina.
La lunga strada sterrata, ricoperta da ghiaia e pietrisco posati di recente, era costellata da alti e robusti alberi di cipresso. Quando arrivammo in cima, ormai affaticati, cominciammo a sentire un gran baccano, urla, risate e schiamazzi.
L'ingresso era presidiato da due guardie, ed era tutto affrescato. Sopra agli affreschi era scritto a grandi caratteri "Dimora di Simone".
Deducemmo che gli affreschi rappresentavano scene della vita del proprietario. Lui a caccia, che giocava a golf, in mezzo a molte belle donne, che fumava mentre contava soldi, e cos via.
In una teca di vetro era contenuta, in bella mostra, una singola chiave. La dicitura sotto riportava "La Macchina di Simone".
Le guardie ci chiesero cosa volessimo. Ancora una volta spiegammo la situazione. I pretoriani confabularono un po' tra loro, poi uno dei due entr dentro l'abitazione.
Ne usc poco dopo e ci fece cenno di entrare.
Varcammo l'ingresso con reverenza. La guardia ci spieg che era il giorno del compleanno di Simone detto "Il Grande", e quindi era un giorno di festa. Data l'importante ricorrenza, probabilmente il padrone, che era molto di larga manica in questi casi, ci avrebbe aiutati.
Non appena dentro ci si present una grande sala, dal soffitto alto almeno cinque metri, illuminata a giorno da molte candele poste sui vari lampadari.
Al di sotto, un gruppo di uomini e donne di et diverse bevevano da lunghi calici, di fronte ad un piccolo banco che fungeva da bar, probabilmente allestito per l'occasione.
Li sentimmo ridere e brindare "A Simone! Simone Il Grande!". E proruppero in fragorose risate.
La guardia ci disse che avremmo dovuto fare da soli da l in avanti, e comunque saremmo stati controllati. Usc, e rimanemmo fermi impalati davanti l'ingresso, quando vedemmo arrivare un giovane che ci si inginocchi davanti e cominci a pulirci le scarpe con un panno candido.
Quando spiegammo che non era necessario, egli insistette, aggiungendo sottovoce: Altrimenti mi becco pure cento frustate.
Ancora un po' frastornati ci avvicinammo al banco-bar.
Gli altri ospiti, tutti ben vestiti, ci guardarono un po' male. Il barista senza battere ciglio ci vers da bere del vino bianco frizzante, molto fresco, che ci mise subito di buon umore.
Gli ospiti continuavano a guardarci di sbieco, e quindi decidemmo di provare a rompere il ghiaccio.
Guido grid Evviva! A Simone!
Lui non ne sapeva pi di me di quello che stava succedendo, e si rischiava di fare brutta figura con un brindisi fuori luogo. Invece tutti gli altri alzarono i loro calici, e gridarono "Evviva! Evviva!" con vigore ed allegria.
La situazione era piuttosto strana e, non avendoci capito molto, mi decisi a cercare di attaccar bottone con una delle invitate.
Scoprii che oggi si festeggiava il ventottesimo compleanno di Simone, padrone di casa e benefattore della serata.
Non sapevo niente di questo Simone, quindi continuai ad indagare. Venne fuori che era un ricchissimo proprietario terriero, e da lui prestavano servizio numerosi schiavi che si occupavano delle faccende della casa e ne coltivavano i possedimenti.
Una cosa del genere non sarebbe mai stata possibile a Livorno, ma a Pontedera probabilmente c'erano regole diverse.
Mentre mi stavano spiegando la situazione, arriv in sala un giovane con in mano un bastone ornato da un motivo a spirale, d'argento.
Il giovane batt tre volte il bastone a terra, e dichiar che sarebbe stata servita la cena.
Ci spostammo in un'altra sala, pi grande della precedente, con il soffitto affrescato ed un enorme lampadario al centro.
La sala era stata apparecchiata con un'unica fila di tavoli, disposti a ferro di cavallo. La maggior parte dei posti erano gi stati assegnati, ma ci fecero lo stesso accomodare sul lato sinistro, vicino all'ingresso.
Il giovane di prima era al centro della sala. Era vestito in maniera piuttosto buffa, con degli abiti che non sembravano n prebellici n recentemente realizzati, ma appartenenti ad uno stile tutto loro, con delle bombature sulle cosce e sui bicipiti. Era vestito di blu, a striature bianche. Aveva delle lunghe calze bianche che gli andavano dalle ginocchia ai piedi, ai quali portava delle scarpe nere munite di un piccolo tacco.
Alz di nuovo il bastone e lo batt sul pavimento. Poi annunci l'arrivo di Simone.
Dall'altro lato della sala entrarono due persone con una chitarra in mano, che suonavano.
Dietro di loro, su una portantina, c'era un giovane di corporatura minuta. Era di carnagione piuttosto scura, con un che di orientale nei lineamenti, e dei capelli rasati ai lati e lunghi sulla sommit della testa, acconciati in un grande ciuffo.
Aveva un grosso orologio al polso destro. Con la mano sinistra reggeva la mano di una bella ragazza dai tratti scandinavi.
Mi accorsi che i musicisti cantavano le lodi del ragazzo.
Fu aiutato a scendere dalla portantina, e non appena ebbe messo piede a terra, allarg le braccia in un gesto ampio, sorrise, e disse a voce alta: Che vita fantastica.
Tutta la sala proruppe in una fragorosa risata.
Simone si mise a sedere, mano nella mano con la sua dama, poi allarg nuovamente le braccia e disse: Questa sera io vi offro da mangiare. Ho una bellissima promessa sposa che  pure vergine, una casa che vale pi di tutte le vostre messe insieme, una macchina ed una vita fantastica. Mi dispiace solo per voi che siete cos poveri.
Tutti applaudirono e risero, e fecero brindisi al padrone di casa.
Personalmente cominciavo gi ad odiarlo, e non capivo come mai tutti gli altri ne fossero cos entusiasti.
La cena inizi, e ci servirono tartine ricoperte di uova di pesce. Vidi che la gente se ne metteva qualcuna in tasca, ma sembrava che nessuno dei presenti desse importanza alla cosa. Tutti si abbuffarono di tartine finch non arriv la seconda portata, della pasta al tartufo. Non avevo mai assaggiato il tartufo, ne avevo solo sentito parlare. Sapeva di gas, ma tutto sommato mi piaceva.
Seguirono altre lodi al padrone di casa da parte di tutti i commensali.
Egli si alz in piedi: Stasera vi faccio mangiare bene, e sono sicuro che domani mangerete peggio. Approfittate adesso della situazione, ed apprezzate cosa vuol dire non essere dei poveracci finch potete.
La cosa cominciava a darmi fastidio. Non era possibile partecipare alla cena di compleanno di qualcuno che mentre mangi ti offende. Stavo facendo queste recriminazioni a Guido, quando un commensale l vicino si intromise.
Non vi preoccupate, va tutto bene cos.
In che senso? chiesi.
Nel senso che sapevamo tutti come si sarebbe svolta la serata.  la prassi, ma nessuno se la prende. Sappiamo perfettamente con chi abbiamo a che fare. Pensa a mangiare, e divertiti.
Non capivo come mi potessi divertire con delle cos grandi mancanze di rispetto verso la dignit dei partecipanti.
La cena prosegu per un paio d'ore buone. Ci servirono di tutto: cacciagione, ostriche, aragosta. Dovetti chiedere per sapere cosa fossero alcune di quelle portate.
Il vino scorreva copioso dalle brocche che ci portavano continuamente in tavola. Presto furono tutti brilli.
A questo punto Simone, che era visibilmente ubriaco, si alz in piedi e url: Adesso tutti in giardino!
Ci alzammo alla rinfusa. Il padrone di casa si allontan a braccetto della sua signora, e ci avviammo fuori. Stavamo cercando di capire cosa stesse succedendo, quando sentimmo un rombo, simile a quello del nostro fuoristrada, ma pi cupo, e da una stradina dietro la casa vedemmo spuntare un'auto. Non era come la nostra, era bassa, nera e molto ben tenuta.
Un lacch usc dal sedile del guidatore e, camminando lentamente e con fare solenne, consegn la chiave a Simone. Egli la alz al cielo come fosse una spada, tra gli applausi generali.
Poi, spiegando che noialtri non potevamo permetterci nemmeno un mulo, salut e sal sopra. Credo stesse tentando di riaccenderla, e ci stava mettendo veramente un bel po' di tempo, quando sent una mano che mi toccava una coscia.
Ti ho visto prima, sei nuovo di queste parti, vero?
Era la ragazza di Simone. Era molto bella, sebbene avesse dei tratti molto duri.
Mi rompe stare sempre accanto a quello - disse indicando il suo uomo - che dici se ci andiamo a bere qualcosa dentro? chiese mentre mi accarezzava una spalla.
Provai un certo imbarazzo, e nel goffo tentativo di cercare di non finire nei casini un'altra volta, le dissi che non volevo che qualcuno pensasse che ci stessi provando con la donna del padrone di casa, che per di pi era una fanciulla illibata.
Si protese lentamente, e con voce sensuale e melliflua mi disse: Dio mi strafulmini se ricordo di essere mai stata vergine.
Feci finta di ridere divertito, e cercando di uscire dalla situazione senza essere scortese, mi misi a parlare con Guido della macchina. Lei mi guard con un'espressione carica di sdegno e se ne and.
Nel frattempo Simone era riuscito a mettere in moto l'auto, tra le urla generali. Non sembrava molto padrone del mezzo, difatti part sgommando sulla ghiaia.
Prosegu per alcune decine di metri sterzando da una parte all'altra del viale; ad un tratto dal nulla la macchina fece uno scatto e si schiant contro un cipresso.
La folla radunata l fuori si mise a ridere, mentre i servi abbandonarono torce e vassoi e corsero in direzione dell'incidente.
"Ora o mai pi" pensai.
Parlai brevemente e sottovoce ai miei compari, e ci mettemmo alla ricerca del garage. Lo trovammo dietro casa, come sospettavo. C'era una piccola cisterna, che dall'odore doveva contenere gasolio. Facemmo un po' di trambusto, ma alla fine trovammo una tanica. La riempimmo in fretta e furia e poi ci avviammo a passo svelto verso l'uscita, cercando di non dare nell'occhio.
Vidi Simone che veniva portato via privo di sensi
dall'auto, mentre la sua ragazza, che stava parlando con le guardie, mi vide ed url: Quello  il tipo che mi ha molestata!
Subito le guardie si voltarono verso di noi, che ci mettemmo a correre.
Nella confusione generale prendemmo a rotta di collo la via dei campi, e continuando a correre senza guardarci indietro arrivammo al muro di recinzione.
Ce la facemmo con fatica a scavalcare, poi ci dirigemmo verso la nostra macchina pi in fretta che potemmo.
...
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...
22.
...
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...
Finalmente avevamo di nuovo il carburante e potevamo ripartire.
Se tutto fosse andato bene rimanevano circa due ore di viaggio fino ad Empoli.
La macchina si era fermata poco lontano da Pontedera, ed adesso toccava di nuovo passare dal posto di blocco dell'andata.
Mettemmo Andrea sul sedile davanti, e noi ci nascondemmo su quelli dietro, mettendoci addosso una coperta per non essere visti.
Non era di certo l'occultamento migliore del mondo, ma avevo come il sospetto che ai doganieri di Pontedera interessassero di pi i soldi che la sicurezza dei loro confini.
Non mi sbagliavo. Quando arrivammo al posto di blocco, sferragliando ed affumicando tutti i presenti, quelli si mostrarono molto curiosi riguardo alla nostra macchina ed al suo contenuto. Giorgio, per evitare qualsiasi problema, gli offr dieci euro per il pedaggio, prima ancora che chiedessero una cifra qualsiasi.
Questi, di fronte ai soldi, fecero poche storie, aprirono la transenna e ci fecero passare.
Ci allontanammo velocemente da quel punto che ci riportava alla memoria spiacevoli ricordi, e proseguimmo verso Empoli.
La seconda parte del viaggio di ritorno non present particolari intoppi. Giorgio afferm che era molto che non veniva dalle nostre parti, ma si ricordava il percorso.
Arrivammo all'uscita di Empoli dell'autostrada. Non avevo ancora ben chiaro chi avrebbe gestito la rete IoP. Andrea ci spieg che il suo compito sarebbe stato quello di istruire chi avrebbe utilizzato realmente la rete. Giorgio aggiunse che, dato che non c'era una vera rete elettrica per alimentare il nostro androide, egli, od esso, sarebbe dovuto tornare a Livorno, come da direttive di Vezio.
Quando Guido chiese come mai Andrea non poteva pedalare per auto-generare l'energia per s ed il computer, provai a spiegargli brevemente l'impossibilit del moto perpetuo, ma lui sembrava non arrivarci proprio. Anche il robot in realt era rimasto perplesso dal mio ragionamento, e sembrava d'accordo con Guido sul fatto che avrebbe potuto pedalare per alimentare il computer. Ignorava, o voleva ignorare, il fatto che anche a lui in realt servisse l'elettricit per alimentarsi. Niente, non voleva saperne di capire.
Notai una certa similitudine tra i ragionamenti di Guido e quelli dell'automa, e quindi ebbi un'idea.
Visto che erano cos simili nel modo di pensare forse era il caso che Andrea istruisse proprio Guido sulla gestione della rete.
Inizialmente lui si mostr recalcitrante, ma alla fine suo malgrado accett. Mi impegnai a fornire i piccioni necessari alla messa a punto del sistema.
Ci accordammo quindi per piazzare la rete IoP all'interno dell'abitazione di Guido. Lui, quando sent parlare di casa sua, ripens a sua madre, che era bloccata l dalla nostra partenza insieme alla vicina di casa. Tutti gli avvenimenti dei giorni passati avevano allontanato dalla sua mente la preoccupazione per lei, che comunque considerava ormai guarita grazie alle medicine ed alle cure della vicina di casa.
Decidemmo di parcheggiare in una zona lontana dal centro. Io e Guido saremmo andati a casa sua a vedere come stava la genitrice, mentre gli altri due ci avrebbero aspettato in macchina.
Fu strano tornare nel centro di Empoli. Sembrava passata una vita, quando in realt erano trascorsi solo pochi giorni.
Per strada non incontrammo nessuno che conoscevamo. Andammo direttamente a casa di Guido, senza fermarci da nessuna parte. Quando arrivammo, ci si present davanti una scena inaspettata.
Davanti casa c'era un piccolo drappello di persone; tra di loro vidi il prete.
Guido mi guard con occhi spaventati, e si avvicin a passo spedito al piccolo gruppo, che sostava davanti alla porta.
Che  successo? domand.
La gente sembr non avere il coraggio di rispondergli. Lui sal le scale di casa a grandi passi, due o tre scalini per volta. Io lo seguii pi in fretta che potevo.
Quando arriv in cima vedemmo ci che sospettavamo. Sua madre giaceva sul materasso, emaciata, smagrita. Il suo volto aveva l'aspetto di un panno bianco bagnato. Tutto intorno c'erano dei fiori.
La vicina di casa era l in piedi, e ci disse che le dispiaceva, ma era ulteriormente peggiorata negli ultimi giorni, e quella notte era morta.
Guido si mise a sedere su una vecchia sedia di legno. Dalle nostre parti la morte non era una cosa cos infrequente, e di solito le persone non vivevano a lungo, ma era sua madre, e non se l'aspettava, perlomeno non ancora.
Avrei voluto consolarlo, ma sapevo che facevo meglio a stare zitto. Mi limitai a mettergli la mano su una spalla, e stare con lui in silenzio.
Dopo poco il prete sal le scale, parl brevemente con Guido. Il mio compare mi disse che quel pomeriggio ci sarebbe stato il funerale.
Mi dispiaceva abbandonare Guido in un momento cos difficile, ma era necessario muoversi in fretta. Bisognava scoprire se i russi si erano gi mossi.
La cosa migliore che potevo fare era andare a parlare con Maurizio, il proprietario del locale dove si teneva il mercato di Empoli.
Mi diressi verso la piazza centrale, ed una volta arrivato l sentii delle urla provenire dal suo locale. Mi tenni a distanza, cercando di non farmi vedere, e lo vidi parlare con tre persone in abiti militari. I militari spesso alzavano la voce, e mi sembr di sentire un accento russo.
Attesi qualche minuto, e li vidi allontanarsi.
Andai a parlare con Maurizio, e lo trovai abbastanza scosso. Quando gli chiesi cosa facesse l, mi disse che stava prendendo le ultime cose per andarsene, ed a un tratto erano entrati i militari.
Volevano diverse cose: mappe, generi alimentari, munizioni. Erano rimasti molto scocciati quando avevano scoperto che in negozio non c'era pi niente.
Maurizio non aveva detto nulla riguardo al fatto che se ne voleva andare via di l, semplicemente gli aveva inventato la balla che stava "riallestendo il magazzino".
Il fatto che i russi fossero venuti in centro era di per s strano, e che fossero passati in particolare da lui lo era ancora di pi. Non si vedevano mai in giro, se ne stavano sempre all'ospedale e vivevano del lavoro dei campi di quelli che li servivano.
Credo che ogni tanto andassero anche a fare qualche razzia nelle campagne pi a nord, ma non avevo notizie certe a riguardo. Il nostro rapporto con loro si basava sulla reciproca indifferenza.
Maurizio non aveva avuto il coraggio di chiedergli a cosa gli servisse tutta quella merce. Una cosa era sicura, stavano pianificando qualche cambiamento, e sarebbe stato necessario scoprire cosa.
Con Guido impegnato nelle faccende del funerale avrei dovuto fare da solo.
Tornai a parlare con il mio autista, e dopo un lungo confronto sviluppai un piano. Sarei andato a parlare con uno dei servi dei russi qui ad Empoli, per cercare di capire qualcosa.
La servit dei russi lavorava vicino all'ospedale, sulle sponde dell'Arno. L c'erano i campi ed un piccolo allevamento di pecore che sfamava il presidio russo di Empoli, composto da meno di dieci uomini.
Normalmente gli schiavi non erano troppo controllati, e forse sarei riuscito ad avvicinarmi abbastanza per parlare con qualcuno di loro.
Decisi di tornare a casa e mettermi qualcosa per mimetizzarmi meglio; approfittai della visita per controllare che tutto fosse apposto. Fui sollevato di constatare che lo era, i piccioni erano ancora l, il vicino aveva pensato all'orto e la mia roba non era sparita.
Per non dare nell'occhio mi avvicinai all'ospedale a piedi. Passai da dietro, girando intorno alla struttura, e mi diressi sugli argini dell'Arno.
Vidi da lontano degli uomini e delle donne che lavoravano in un campo di cavolfiori, sorvegliati da una guardia armata.
Cercando di non farmi vedere passai molto vicino al fiume, tra i cespugli ed i rovi, e mi diressi verso un ragazzo che pascolava le pecore.
Il ragazzo era distante cento metri, e ci misi un quarto d'ora buono per percorrerli, districandomi tra la vegetazione.
Era anche lui vicino l'argine, e non era sorvegliato da nessuno, per fortuna.
Mi avvicinai e mi vide tra le frasche.
E te chi sei, icch ci fai qui?
Senti - dissi - ti piace stare con i russi?
No, maremma cane.
E loro ti piacciono?
Perch dovrebbero piacemmi? Hanno schiavizzato tutta la mi' famiglia. Ma te chi sei?
Non ha importanza. Sono empolese, ed abbiamo avuto voci di strani movimenti qui all'ospedale. Tu ne sai nulla?
Si guard intorno e si avvicin lentamente a me.
Ne so poco. Da quello che ho capito ascortando in giro, tutti i russi delle zone limitrofe vogliono riunissi qui, creare una specie di caposaldo all'ospedale e fare della Toscana una provincia russa. Vogliono schiavizzare la popolazione... insomma voglion mette' su una specie di dittatura militare. Stanno pure cercando una fantomatica "testata da zaino", cos la chiamano.
Mi aspettavo qualcosa del genere. Dopo decenni, vedendo che anche noi ci stavamo riorganizzando, avranno pensato che forse le loro piccole oasi di felicit sparse per il territorio sarebbero state distrutte. Ma non credevo che fossero davvero riusciti a comunicare tra loro e metter su qualcosa di serio.
Sentii una guardia che urlava. Scappai tra le frasche, e udii il ragazzo rispondergli che era solo andato in bagno.
Cercai di tornare indietro velocemente e senza far rumore.
...
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23.
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...
Quando tornai parlai con Giorgio della cosa. Neppure lui si mostr particolarmente sorpreso, probabilmente era solo questione di tempo prima che succedesse qualcosa di simile.
Quello che mi lasciava pi perplesso era questa "testata da zaino". Non avevo idea di cosa diavolo fosse.
Giorgio, che era molto pi vecchio di me, ed era cresciuto nell'immediato dopoguerra, mi spieg a grandi linee di cosa si trattava.
Doveva essere, mi disse, una piccola testata nucleare che poteva avere all'incirca le dimensioni di uno zaino. Di una potenza di pochi kilotoni, era sufficiente a causare "un bel botto", come diceva lui.
Quando gli chiesi a cosa servisse un'arma di quel tipo, mi spieg che prima dello scoppio della guerra, quando le tensioni tra i vari paesi stavano crescendo, alcuni agenti si erano infiltrati, anche qui in Italia, con testate di quel tipo. Lo scopo era colpire obiettivi sensibili, ma non ce n'era stato bisogno.
Sarebbe bastata una testata di medie dimensioni, una per capitale, per mettere fuori combattimento la maggior parte dei paesi europei. Ma con tutte le bombe che erano esplose nessuno aveva sentito il bisogno di usare pure una testata da zaino. Era plausibile che fosse sopravvissuta, magari in qualche deposito segreto, o dimenticata chiss dove.
Non potevamo sapere se i russi l'avessero trovata o meno, dubitavamo che i loro schiavi sapessero qualcosa o fossero disposti a dirlo; la situazione sembrava quantomai delicata.
Non c'era nemmeno il tempo di metter su la rete IoP per avvertire Livorno. Questo lo avremmo fatto casomai dopo. C'era da prendere Guido, tornare indietro, e parlare direttamente con Vezio.
Ripartimmo in macchina, parcheggiandola lontano dalla zona russa. Poi io e Giorgio andammo insieme a casa di Guido.
Mentre camminavamo, cos dal nulla, mi venne in mente di porgli una domanda che ormai mi maturava in testa da diverso tempo.
Giorgio...
Che c'?
Senti... tu sei pi vecchio di me e sicuramente lo sai. Perch scoppi la guerra?
Giorgio continu a camminare e guardare davanti a s, come se la domanda non avesse molta importanza.
Nessuno lo sa di pe' certo. Non credo nemmeno che ci sia pi modo di sapello. Si pensa ad un errore umano.
In che senso? chiesi un po' perplesso.
Le tensioni tra i vari paesi stavano crescendo pe' problemi economici, principalmente. Poi c'erano in giro, soprattutto ne' paesi meno sviluppati, parecchi piccoli conflitti o tensioni di vario tipo, che creavano un clima pe' niente bello.
E poi?
E poi un be' giorno qualche macchinario ha scazzato. Cio?
Era gi successo in passato che ci fossero de' falsi positivi sulle notifiche di attacco. Ma siccome c'avevano 'sti macchinari e compute' sofistihati han ben pensato che i segnali di allarme fossero veri.
Ma che era successo quindi?
Boh... una tempesta solare... un'anomalia elettromagnetica... vallo a sapere. Quello che g' certo  che ad un certo punto qualcuno ha lanciato i missili.
E poi?
E poi tutti gli altri han fatto uguale. Missili da tutte le parti. Boom. Ciao mondo civilizzato, bentornato medioevo.
Mi stupii di questo slancio culturale da parte di Giorgio.
Conosci il medioevo Giorgio?
No, 'un so nemmeno cosa , lo diceva sempre mio nonno.
Ecco che finalmente avevo la risposta alla domanda che covavo da diverso tempo. Errore umano. O di un computer. Od entrambi. La civilt era stata spazzata via per sbaglio.
Tutto il tramestio degli ultimi giorni, tutte le notizie che avevo ricevuto, mi avevano lasciato con un turbine di pensieri in testa. Ero abbastanza stordito, ma cercai di scacciare dalla mente questi pensieri e di concentrarmi sul da farsi. Continuammo a dirigerci a passo svelto verso casa di Guido, e quando arrivammo vedemmo che l davanti non c'era nessuno. Probabilmente erano ancora al funerale.
Andammo a vedere alla chiesa. Anche l nulla. Questo voleva dire che il corteo funebre era gi partito verso il cimitero.
Il cimitero di Empoli era un po' fuori dalla cittadina, per evitare problemi. Dopo il conflitto si erano verificate un paio di epidemie non da poco secondo quello che mi avevano raccontato, e quindi si era preferito mantenerlo lontano dal centro abitato.
Era il vecchio Cimitero dei Cappuccini, un complesso di fine Ottocento non lontanissimo dal centro.
Ci spostammo in quella direzione, ed intravedemmo il corteo. Pericolo o no, non potevamo interrompere il funerale
cos, sarebbe stato un comportamento inqualificabile. C'era da aspettare. Decidemmo quindi di accodarci.
La bara della madre era fatta di tavole di legno, una cosa semplicissima. La stavano trasportando su un carretto malmesso trainato da un asino. Davanti c'era il prete che recitava chiss cosa, dietro c'erano Guido e la vicina. Seguiva uno sparuto gruppo di persone, conoscenti vari di Guido e della madre.
Ci avvicinammo a Guido, ed io mi misi accanto a lui. Mi vide, ed abbozz un sorriso; i suoi occhi erano venati di rosso. Se ne era andata l'unica persona che aveva al mondo, oltre a me.
Il prete continuava a recitare le sue tiritere. Il carro si muoveva lento, cigolando. Nessuno parlava. Cominciai a sentire odore di fiori marci; era l'odore del cimitero, eravamo quasi davanti ai cancelli.
Il prete apr la porta con una vecchia chiave, ed il corteo prosegu dentro. Ad un tratto il carretto fu fatto arrestare. Eravamo di fronte ad una buca scavata di fresco.
Il prete si avvicin alla fossa, e la bagn con l'acqua, dicendo: O Dio, per la cui misericordia riposano le anime dei fedeli, benedici questa tomba, e affidala alla custodia del tuo Angelo santo...
Ero impaziente a causa del pericolo nel quale ci trovavamo e della lunghezza del rito. Nel frattempo, una donna di una cinquantina d'anni dietro di noi singhiozzava.
Il prete si avvicin alla bara e bagn pure quella, recitando altri versi. Poi fu fatta scendere dal carro, e detti una mano pure io. Mio malgrado mi trovavo a trasportarla fino alla fossa. Non era pesante; la madre di Guido era minuta, e provata dalla malattia. Avremmo potuto tranquillamente portarla in due, uno in cima ed uno in fondo, ma sarebbe sembrato che stessimo trasportando un grosso pacco, pensai.
La calammo piano nella fossa, ed il prete cominci un lungo discorso su come fossimo solo di passaggio su questa terra e cose simili. Lo avevo gi sentito altre volte.
I due operai l intorno cominciarono a gettare terra sulla bara. Sentii Guido singhiozzare. Doveva essere il momento peggiore. La fossa venne riempita in fretta, ed un po' la cosa mi sollev, perch c'era poco tempo. Mi vergognai a pensare queste cose in un momento del genere, ma era la verit.
Non mi accorsi nemmeno che la fossa era stata riempita, tanto ero immerso in questi ragionamenti; tornai alla realt quando sentii gli operai che battevano sulla terra, compattandola. Guido si mise le mani sul volto, e cominci tormentarsi la faccia. Gli misi una mano sulla spalla, e dopo poco smise.
Il prete fece un'ultima benedizione, e tutti mestamente si allontanarono.
...
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...
24.
...
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...
Ci avviammo verso la macchina, camminando sull'asfalto distrutto. Guido guardava in basso, e prendeva a calci i sassi.
Quando arrivammo l, la macchina non c'era pi.
Non c'era nemmeno nessuno in giro, solo uno spazio vuoto dove l'avevamo lasciata, tra la carcassa di un'altra macchina e le macerie. Niente auto, niente equipaggiamento, niente Andrea, che era spento dal giorno prima.
Giorgio l'aveva chiusa a chiave, me lo ricordavo. Probabilmente qualcuno aveva forzato la serratura, ma nessuno da quelle parti sapeva come guidarla, e probabilmente nemmeno come forzare la serratura di un'auto.
Capii che, con ogni probabilit, erano stati i russi.
Sarebbe stato impossibile tornare indietro in tempo per avvertire Livorno andando a piedi. Se davvero i russi avevano intenzione di muoversi, sospettavo che lo avrebbero fatto velocemente e senza troppi polveroni. Toccava ritrovarla, in qualche modo.
Il primo posto dove decidemmo di cercarla era al negozio di Maurizio. Considerando che i russi c'erano appena stati, magari lui era ancora l e li aveva visti passare. Ci mettemmo a correre in direzione della piazza centrale. La mia borsa, che era l'unica cosa che ci era rimasta, mi batteva sulla coscia. Dentro c'erano ancora il fucile da caccia
e le munizioni. Guido diceva sempre che ero paranoico a portarmi la borsa dietro, ma i fatti mi stavano dando ragione.
Arrivammo alla piazza, e vedemmo da lontano la nostra auto parcheggiata davanti al negozio di Maurizio. Ci nascondemmo dietro un cumulo di detriti, e vedemmo, da lontano, Maurizio in negozio che parlava con due russi. Urlavano. Poi un russo punt il fucile verso Maurizio e spar.
Il colpo risuon tra le case e fece volare via gli uccelli. Vidi i russi che entravano dentro, e dopo poco ne uscirono con delle scatole. Probabilmente c'era ancora qualcosa in negozio, e si stavano prendendo l'ultima merce rimasta.
I militari quindi stavano rastrellando la zona in cerca di risorse. Riempirono la macchina ed in breve tempo risalirono, andandosene via rombando. La direzione era quella dell'ospedale.
Come potevamo fare a riprenderci la macchina direttamente dal presidio russo? La cosa era quasi impossibile. Che ci potevamo inventare?
Rimanemmo a discutere a lungo. I militari erano almeno una decina, pesantemente armati e sicuramente sapevano sparare meglio di noi. Non avevamo modo di tornare a Livorno, ed il necessario per rimettere su la rete IoP era dentro l'auto.
Eravamo in piazza e stavamo cominciando ad andare nel panico quando ebbi un'idea. Ricordo che una volta Maurizio, ubriaco, aveva accennato ad una botola dentro il locale. Non sapevo altro a riguardo, ma forse avremmo trovato delle armi l dentro. Tanto valeva provare.
Camminammo verso il negozio ed entrammo dentro. La porta era sempre aperta, ovviamente non l'avevano chiusa. Davanti alla porta giaceva il corpo di Maurizio, con una grossa macchia rossa sul petto. Non aveva un'espressione
serena. Era caduto battendo la testa, ed una macchia di sangue si espandeva anche da l, scivolando sul pavimento.
Lo spostammo in un angolo, cercando di avere un minimo di cura, poi ci mettemmo a cercare. Nella sala principale non c'era niente. Guardammo anche sotto lo scaffale, ma nulla.
Ci mettemmo a guardare dietro il bancone, ma anche sotto il tappeto nulla. Poi entrammo in magazzino, e trovammo, sotto una grossa cassa, una botola chiusa con un lucchetto. Rompemmo il lucchetto con un piede di porco che era l vicino. Sotto era buio.
Io decisi di andare per primo. Mi stavo calando nell'oscurit totale, con le mani aggrappate alla vecchia scala arrugginita. Posavo i piedi con cautela, uno scalino alla volta, mentre scendevo. Ad un certo punto misi un piede su quella che mi sembr una superficie solida. Per non vedevo nulla. Era sicuramente una stanza.
Scese anche Guido, che aveva trovato un vecchio accendino ed una candela in un cassetto del bancone.
Accese la candela, e vedemmo il contenuto della stanza. Era un piccolo deposito di armi. Probabilmente i russi sapevano che avrebbero trovato qualcosa di simile, e Maurizio non voleva parlare. Quasi sicuramente lo avevano ucciso per questo motivo.
C'erano fucili militari di fabbricazione russa ed italiana, munizioni, pure due bombe a mano. Mentre passavamo in rassegna lo scaffale, notammo in un angolo uno strano oggetto.
Aveva le dimensioni del busto di un uomo, rettangolare e con gli angoli smussati. Era a tinta mimetica e con due bretelle dietro.
Prendemmo tre fucili, delle munizioni e lo strano oggetto.
Giorgio ci spieg che, da quello che sapeva, quell'aggeggio assomigliava alla testata che cercavano i russi.
Guido non la voleva nemmeno maneggiare, ma Giorgio
se la mise in spalla. Decidemmo di andare a casa di Guido, che era a due passi da l.
Ci sbrigammo, e nessuno ci vide. Salimmo le scale in fretta, e ci mettemmo all'unico tavolo della casa, sopra al quale disponemmo i ritrovamenti.
Giorgio, che se ne intendeva sicuramente pi di noi, esamin le armi e le giudic funzionanti. Non potevamo testarle in alcun modo, perch ci avrebbe sentito l'intera citt.
Poi Giorgio pass ad esaminare lo zaino. Avevo provato ad indossarlo pure io, pesava una trentina di chili, ed era abbastanza ingombrante. Sopra c'era un piccolo simbolo, un cerchio con intorno tre triangoli a raggio, in campo giallo. Giorgio ci spieg che era il simbolo della radioattivit.
Avevamo la bomba nucleare che cercavano i russi.
Ad un ulteriore esame scoprimmo che la parte superiore era uno sportello. Sotto allo sportello erano presenti dei pulsanti ed un display.
Rimanemmo per un'ora buona a parlare sul da farsi. Alla fine arrivammo ad una conclusione. Eravamo tutti d'accordo.
Nascondemmo le armi alla bell'e meglio in casa, poi ci dividemmo.
Io e Giorgio ci incamminammo in direzione dell'ospedale. Quando fummo ad un centinaio di metri vidi la nostra auto, con una dozzina di russi intorno. Non appena ci scorsero, quei puntini rossi che avevamo visto giorni addietro con Guido comparvero nuovamente su di noi. Giorgio mi disse che erano i mirini dei fucili. Ci avvicinammo lentamente, con le braccia alzate.
Notai che i russi erano in numero maggiore dell'ultima volta, ne contai una ventina in totale.
Quando fummo a pochi metri, il loro capo url: Fermi, inostrannyye!
Ci arrestammo subito, tenendo le braccia bene in alto.
Non cerchiamo altri schiavi, seychas.
Gli altri soldati risero.
Siamo venuti per proporvi un altro scambio.
Ya ne zabochus' porno, spasibo.
Non sono riviste come l'altra volta. Abbiamo delle armi da scambiare.
Il capo dei russi cambi espressione.
E icch volete, inostrannyye?
La nostra macchina. La rivogliamo indietro.
I russi rimasero un po' a confabulare tra di loro. Altri soldati ci sorvegliavano, le armi puntate contro di noi. Cominciai a sudare. Poi il capo si gir: Quante armi?
Tre fucili ed uno strano zaino.
Al russo si illuminarono gli occhi. Poi sorrise, e continu: Se ne pole parla', inostrannyye.
La nostra proposta  questa: due dei vostri portano la macchina in piazza, davanti al vecchio negozio. Poi noi gli diamo tutte le armi, e lui ce la restituisce. Se vediamo pi di due persone, tutto lo scambio va a monte.
Il russo mi squadr a lungo. Poi si volt verso quello che doveva essere il suo braccio destro, e rimasero a confabulare per un po'. Si allontanarono, li sentii discutere ad alta voce. Poi il capo e l'altro tornarono.
OK shtraf- disse il capo - tra quanto?
Un'ora risposi.
Tra un'ora in piazza, inostrannyye.
Non ci stringemmo la mano, e ci allontanammo lentamente come eravamo arrivati.
Andammo a casa di Guido. Lui era appena tornato. Quando gli chiesi com'era andata, mi disse che era tutto ok.
Rimettemmo lo zaino sulla tavola, con cautela. Eravamo tutti in piedi, e Giorgio apr piano lo sportello. Notammo
che sotto ad esso c'erano delle istruzioni, in russo. Giorgio ci disse che conosceva qualche parola, e prov a leggerle.
C'ho capito e non c'ho capito comment.
C'erano pochi pulsanti accanto al piccolo schermo. Giorgio aveva la mano che tremava vistosamente, ed io tenevo pugni e mandibola serrati. Poi premette un pulsante. Il display dello zaino, incredibilmente, si accese. Tirammo un lungo sospiro.
Poi ne premette un altro, lentamente. Dei numeri cambiarono. Poi un altro ancora. Lo zaino fece un "bip". Poi pi nulla.
Aspettammo qualche secondo. Il display mostrava dei numeri che scorrevano. Quando gli chiesi come aveva fatto, mi disse che era abbastanza semplice come meccanismo. Inoltre per met l'aveva tirato a caso.
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25.
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Dopo un'ora ero fermo in piazza che aspettavo i russi. Guardai l'orologio, erano puntuali. Come avevamo chiesto, erano in due sopra la macchina.
Parcheggiarono, e scesero. Avevano entrambi i fucili a tracolla.
Dove so' l'oruzhiye?
Feci un fischio, e Giorgio, che aspettava dietro l'angolo, arriv con tutta la merce.
I russi controllarono il bottino. Sembravano soddisfatti, soprattutto dello zaino. Poi li vidi guardarsi tra di loro con aria strana. In quel momento Guido spunt dall'altro lato della piazza, e url di non fare cazzate. Li teneva sotto tiro con il vecchio fucile da caccia.
Loro presero la roba, ci dettero le chiavi della macchina, e cominciarono ad allontanarsi a piedi. Quando se ne furono andati, salimmo in macchina in fretta e furia, accendemmo il motore e partimmo a tutta velocit.
Andrea era sul sedile di dietro. Lo riaccendemmo e lui ci salut.
Era tardo pomeriggio, e Giorgio guidava come un pazzo sull'autostrada, scansando macchine distrutte, macerie, e facendo su e gi tra la strada asfaltata e quelle di campagna. Quando arrivammo a Pontedera, gli chiesi se ci potessimo fermare l. Disse che eravamo ad una buona distanza,
probabilmente non ci sarebbero stati problemi. Giorgio prese l'uscita dell'autostrada, e seguendo le mie indicazioni ci port davanti a casa di Francesca.
Scendemmo dall'auto, e bussai alla porta. Non fu troppo sorpresa di vedermi. Era con Federica, stavano prendendo il t; uscirono entrambe, e ci salutarono. Federica rimase un po' spaventata alla vista di Andrea, ma le dissi che non c'erano problemi.
Presi Francesca per mano, e le chiesi di guardare verso Empoli, indicandole la direzione. Il sole, alle nostre spalle, stava tramontando.
Vedemmo una luce all'orizzonte, abbagliante, che ci travolse. Lentamente, un piccolo fungo crebbe di dimensione a chilometri di distanza. Dopo circa un minuto udimmo un boato assordante, ed un vento leggero ci accarezz la pelle.
Federica aveva le mani sul volto, e gli occhi terrorizzati. Guardai Francesca, e la vidi sorridere. Giorgio era rivolto in direzione dell'esplosione tenendo la mano aperta sopra gli occhi, come sull'attenti.
Andrea disse con voce priva di emozioni: Come l'altra volta.
Mi voltai verso Guido e chiesi se avesse avvertito la popolazione riguardo al timer ed alla testata. Mi rispose che aveva fatto il possibile, dopo due ore dovevano essere scappati tutti. Poi mi disse: Adesso l'orto un si coltiva pi.
Troveremo qualcos'altro da fare risposi, ed entrammo in casa.
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FINE.